
Pochi si sarebbero immaginati di sentirsi così coinvolti dall’uscita di una nuova canzone di Boy George. Ma We Will Dance Again ha smosso tante cose. Boy George non è ebreo, non è un esperto di Medio Oriente, non aveva alcun obbligo di dire nulla. Avrebbe potuto restare in silenzio, come fanno in molti, oppure scegliere di andare secondo il vento, come fanno invece tante “star” spesso in cerca di consenso, o di lavoro. Invece Boy George ha scelto di esporsi, sapendo che nel mondo dello spettacolo prendere posizione per Israele costa più che prendere posizione contro. E la sua voce pesa proprio perché non era scontata.
Non è un caso isolato, ed è anche per questo che pesa. Come hanno osservato alcuni editorialisti sui media internazionali, commentando proprio il caso Boy George, quando è un ebreo a difendere Israele c’è sempre chi liquida la cosa come lealtà dovuta. Quando lo fa chi ebreo non è, diventa più difficile derubricare quella voce a riflesso identitario. Ed è singolare, se ci si pensa, che tocchi a un cantante irlandese cresciuto cattolico ricordare a molti artisti ebrei, rimasti in silenzio, che un minimo di parola pubblica sarebbe stata legittima.
Le star, vere, cosiddette o sedicenti che siano, non sono tutte uguali: alcune hanno spessore, altre sono semplicemente famose. E la notorietà non è indice di coraggio — spesso è il contrario. Più ampio è il pubblico, più forte la tentazione di dirgli quello che vuole sentirsi dire: per una celebrity con poco spessore, è il più forte canto delle sirene. Non è raro, in questi anni, imbattersi in “star” pro-Pal che di analisi politica non sanno nulla, e che di quella causa si servono solo come cassa di risonanza per restare al centro dell’attenzione: talvolta si tratta di mezze calzette in cerca di consenso, più che di giustizia. È un conformismo che non ha inventato nulla di nuovo. Durante il fascismo parte del mondo culturale aderì al regime, altra parte si limitò ad adattarsi, senza crederci fino in fondo. Non viviamo i tempi bui del fascismo, ma il fatto che un’opinione diventi quasi un obbligo morale, e chi se ne discosta diventa bersaglio, dovrebbe farci riflettere.
E in Italia due esempi, diversissimi tra loro, lo confermano. Erri De Luca, a maggio, si è dichiarato pubblicamente sionista e ha detto di non riconoscere a Gaza gli estremi di un genocidio: parole che gli sono costate l’esclusione dalla prolusione del Festival Salerno Letteratura, di cui avrebbe dovuto tenere l’apertura. Non si è tirato indietro, e ha detto apertamente di aver messo in conto di pagare un prezzo per quello che pensa. Francesco De Gregori per lo stesso motivo è finito nel mirino: ha semplicemente rifiutato di schierarsi su Gaza e Israele, dicendo di non sentirsi in diritto di dare lezioni al suo pubblico da un palco. Gli è bastato non allinearsi al coro per essere accusato di ignavia, e per ritrovarsi al centro di una polemica nazionale, con tanto di attacchi da parte di suoi colleghi. Due posizioni differenti, ma un solo destino: chi non recita la parte prevista viene messo alla gogna, che si schieri o che si rifiuti di farlo.
Il caso di Giovan Battista Brunori, giornalista Rai, che dopo un servizio sulla Cisgiordania è stato linciato sui social e preso di mira in un manifesto antisemita sulla bacheca di Radio1, dovrebbe accendere il campanello d’allarme anche nei contesti sociali più lontani dal conflitto in Medio Oriente: ragioniamo partendo dalla fine della vicenda. Un manifesto con una vignetta piena di stereotipi antisemiti duri a morire nei secoli prende di mira un giornalista del servizio pubblico, per aver raccontato un fatto, in modo neutro, senza andare nella direzione del vento ideologico. Siamo certamente lontani da quei tempi bui del secolo scorso, ma il clima intimidatorio e violento non può che ricordarceli.
Sul fronte del mondo dello spettacolo, non è un caso che a sottrarsi al copione pro-Pal, siano proprio dei giganti, in termini artistici chiaramente. Boy George, De Luca, De Gregori: non hanno bisogno di seguire la corrente per essere rilevanti, perché lo sono già, da tempo, per carriere e talento che nulla hanno a che fare con le posizioni politiche del momento. Ed è forse proprio questo che li rende capaci di sottrarsi al copione: una grandezza che si è costruita altrove, e che li rende meno permeabili al bisogno di piacere a tutti i costi.
Una società libera non ha bisogno di celebrity che ripetono gli slogan del loro pubblico, ma di persone che dicano quello che pensano — o che si rifiutino di dire quello che non pensano — anche quando conviene il contrario. Oggi, nel mondo dello spettacolo, quello slogan è quasi sempre lo stesso: essere contro Israele, perché è lì che soffia il vento. Ci vuole la statura di un gigante per resistergli. Ed è forse questa la vera tristezza: che dire la verità, e ciò che si pensa davvero, sia diventato un atto che richiede una statura fuori dal comune — e che comporti il rischio di essere aggrediti, non con argomenti, ma con parole di violenza.













