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    Cultura

    Amore per la terra. Ilana Efrati e l’arte di abitare il mondo

    Dalla moda all’arte tessile, dalla Tel Aviv degli anni Ottanta alla campagna umbra, il percorso di Ilana Efrati è una riflessione continua sul rapporto tra memoria, identità e paesaggio. Considerata per anni una delle voci più autorevoli della moda israeliana indipendente, ha costruito la propria ricerca sulla qualità dei materiali e sul valore del fare artigianale, anticipando molti temi oggi associati alla sostenibilità. Nel 2016 il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella l’ha nominata Cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia per il contributo offerto ai rapporti culturali tra Italia e Israele. Oggi, dopo aver chiuso il suo atelier commerciale a Tel Aviv, vive in Umbria, dove arte, natura e agricoltura dialogano in un unico progetto di vita. La sua testimonianza sarà al centro del panel Amore per la terra. Tra arte e letteratura della Giornata Europea della Cultura Ebraica.

    Ho conosciuto Ilana quasi quindici anni fa. Andai a trovarla nel suo magnifico atelier di Dizengoff Street, a Tel Aviv, e rimasi colpita da questa donna estremamente raffinata, comprendendo subito perché la stampa italiana l’avesse definita la “Miuccia Prada d’Israele”. Scrissi su di lei un articolo pubblicato su Shalom nell’ottobre del 2015, perché mi affascinavano la coerenza della sua ricerca, il modo in cui riusciva a trasformare il tessuto in racconto e la sua capacità di coniugare tradizione, innovazione e identità culturale. Già allora era evidente che il suo lavoro andasse ben oltre la moda. Ogni abito custodiva una storia, ogni fibra diventava memoria. A distanza di anni, ritrovo la stessa sensibilità nelle sue parole e nel suo percorso, orientato sempre più verso l’arte, il paesaggio e la sostenibilità.

    Quando hai compreso che il tessuto poteva diventare un archivio di memoria?

    Sono cresciuta in una casa con una lunga tradizione tessile: la macchina da cucire di mia madre era sempre in funzione, c’erano tessuti storici di famiglia, mio nonno commerciava lana tra Londra e Gerusalemme nell’Impero Ottomano, e i miei altri nonni commerciavano seta e cotone lungo la Via della Seta.

    Nel tuo lavoro convivono tradizione e innovazione. Come hai vissuto questa tensione?

    Le mie creazioni nascono in una cultura che è cambiata molto rapidamente. Nei primi vent’anni della mia carriera, le fabbriche tessili stavano chiudendo o si stavano trasferendo in Asia, dando inizio alla cultura del fast fashion che conosciamo oggi, che privilegia il prezzo alla qualità. Io ho scelto invece di concentrarmi su una moda lenta e sostenibile, utilizzando solo materie prime di alta qualità, provenienti da fibre naturali e biologiche made in Italy, e di produrre i capi nel mio atelier in modo artigianale, non a basso costo e a distanza.

    Oggi il pubblico è più pronto ad accogliere questa visione?

    La cultura del fast fashion si è rivelata distruttiva per la natura e il pianeta, nonché per le comunità creative locali in ogni paese del mondo. Ora è necessario investire nuovamente nell’educazione e nell’informazione per comprendere la portata del danno e generare cambiamenti profondi tra i consumatori.

    Negli anni hai realizzato esposizioni di “quadri tessili” mettendo al centro l’estetica, la storia e l’antropologia. Hai esposto in musei e gallerie israeliane ed europee, tra cui l’Israel Museum, l’Islam Museum, entrambi a Gerusalemme; l’Herzliya Museum, fino alla Domus Pauperum di Perugia nel 2024. Le recenti esposizioni suggeriscono un crescente interesse per una dimensione più propriamente artistica. È una nuova fase del tuo percorso o l’emersione di un aspetto che era presente fin dall’inizio?

    Nel corso della mia carriera, ho sempre inteso il mio lavoro come un’esigenza di raccontare una storia, di dare espressione alla tradizione, agli eventi attuali, di offrire innovazione. Non separo design, artigianato e arte quando nascono da un’esperienza personale che narra una storia e si relaziona al luogo, alla società, all’identità e alla memoria.

    Nell’opera di Ilana Efrati, l’amore per la terra si esprime soprattutto come cura: dei materiali, delle tradizioni e delle storie che essi custodiscono. È in questa attenzione al rapporto tra creazione e senso di responsabilità che si coglie il significato più profondo della sua partecipazione a questa edizione della Giornata Europea della Cultura Ebraica.

    Giorgia Calò, Direttrice Centro di Cultura Ebraica

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