
“Il Memorandum è morto”
Ormai è passata quasi la metà dei 60 giorni previsti dal Memorandum di intesa fra Usa e Iran per arrivare a un accordo sulle questioni più controverse, fra cui innanzitutto lo smantellamento del progetto di armamento nucleare degli ayatollah e la consegna o distruzione dell’uranio arricchito. Ma com’era prevedibile la trattativa non è neppure iniziata, anzi prima Trump e poi gli iraniani hanno dichiarato il Memorandum “morto” e per due volte vi è stato un ciclo scontri provocato da missili delle “guardie rivoluzionarie” tirati sulle navi che cercavano di uscire dallo Stretto di Hormuz seguendo la rotta suggerita e scortata dalla Marina militare americana ma sgradita all’Iran perché fuori dalle sue acque territoriali e dunque dal suo controllo. A questi attacchi sono seguiti bombardamenti americani su basi e porti delle “guardie rivoluzionarie” e su infrastrutture di rilevanza militare – definiti pesanti, ma in sostanza piuttosto limitati. Contemporaneamente vi sono state dichiarazioni infuocate dalle due parti, seguite da appelli dei mediatori a evitare l’escalation e incontri indiretti per chiudere l’incidente. Così è accaduto anche nei giorni scorsi: gli iraniani hanno colpito quattro navi neutrali; i bombardamenti americani sono durati due giorni e poi terminati, Usa e Iran hanno accettato la richiesta del Pakistan di parlarsi, il traffico ora scorre benché un po’ a fatica nello Stretto, i negoziati veri e propri non iniziano, gli Usa si guardano bene dal consegnare i miliardi di dollari promessi nel Memorandum (a condizione che l’Iran si comporti secondo le regole stabilite), il regime iraniano continua a minacciare Usa e Israele e promuovere roghi simbolici e inviti all’assassinio di Trump e Netanyahu. Questa situazione confusa di non guerra e non pace lascia perplessi molti. Perché Trump si ostina a negoziare con un regime che dichiaratamente lo vuole morto, che nega gli accordi verbali appena conclusi e viola sistematicamente quelli scritti? E perché l’Iran mette a rischio con assalti alle navi commerciali fuori dal suo territorio, cioè violando il solo impegno sostanziale preso, un accordo che tutti hanno valutato ad esso favorevole?
Perché gli iraniani sabotano il Memorandum
Partiamo da quest’ultimo punto. Vi sono quattro spiegazioni diverse, ma non incompatibili fra loro. La prima è la lotta di potere in uno Stato la cui “Guida Suprema”, Mojtaba Khamenei, non si è mai fatta vedere dopo essere stata almeno gravemente ferita nel bombardamento del 28 febbraio scorso in cui è morto suo padre. Vi sono due gruppi, uno (i cui leader sono il presidente Pezeshkian, il presidente del Parlamento Ghalibaf e il ministro degli esteri Araghchi) si presenta all’esterno più politico e trattativista, anche se continua a macinare violenti slogan antiamericani e antisemiti; l’altro guidato dal capo delle guardie rivoluzionarie Vahidi si atteggia a “duro e puro”. I primi, che sono stati contestati duramente durante il funerale della vecchia “Guida”, firmano gli accordi; il secondo gruppo controlla le armi e fa il possibile per farli saltare. La seconda spiegazione è che il regime è comunque isolato dalla popolazione civile, almeno quella urbanizzata e giovane e sa benissimo di non poter reggere alla percezione della sconfitta, perché sarebbe presto abbattuto. Deve dunque presentarsi come vincitore e continuare a sfidare gli Usa e Israele, contando sull’interesse americano ad alimentare i mercati energetici per evitare una crisi economica. Inoltre (terza spiegazione) sa di essere in una condizione di forte inferiorità militare e considera la possibilità di chiudere il traffico di Hormuz la sua arma strategica fondamentale, che va continuamente riaffermata, anche al di là del suo potere reale. Infine (quarta spiegazione) all’Iran non conviene certamente mettersi d’accordo sulla distruzione del suo progetto nucleare, per non parlare dei missili e degli eserciti terroristi stranieri alle sue dipendenze. Quindi fa il possibile per sabotare le trattative su questi punti.
L’atteggiamento negoziale di Trump
Quanto a Trump, bisogna superare la tentazione di irriderlo, come se fosse un ingenuo o non sapesse quel che fa, o fosse incapace di capire chi sono i nemici e gli alleati. Sono effetti che lui stesso cerca di provocare per indurre confusione negli avversari e che sono smentiti da tutta la sua carriera. Bisogna pensare invece, per ricorrere a un immagine da libro poliziesco, che il presidente americano abbia deciso di impersonare a turno il ruolo del poliziotto buono e di quello cattivo, alternando carezze e schiaffi, promesse e punizioni, usando questa imprevedibile alternanza per “domare” il suo interlocutore e costringerlo a comportarsi come vuole lui. Non essendosi formato né come politico di professione né come giurista, ma come imprenditore immobiliare, nella sua cultura le affermazioni di principio e le regole giuridiche non contano granché. Il suo fine è quello di ottenere sempre quel che gli serve dall’interlocutore del momento, che sia un avversario o un alleato, il che per lui tendenzialmente significa un subordinato. Se per questo fine è opportuno blandirlo e adularlo, lo fa senza problemi; se ritiene più utile umiliarlo e minacciarlo, anche questo non lo disturba. Né ritiene che i suoi atteggiamenti debbano essere coerenti e tanto meno rispettosi della dignità altrui o dell’etichetta internazionale; quel che conta è che funzionino. In un venditore come lui è fondamentale l’ottimismo, la sopravvalutazione della sua posizione, l’esaltazione dei risultati che si possano raggiungere, l’elenco dei successi ottenuti. Nella sua visione come presidente sa che la violenza si può e si deve usare, ma lui lo fa in maniera limitata, come strumento negoziale. Meglio minacciare, blandire, arrivare a un accordo. Si rischia e si spende di meno.
La posizione di Israele
Questo atteggiamento può ingannare e illudere portando all’arroganza nemici che pensano di trovarsi davanti un avversario cedevole, come è accaduto all’Iran, o anche semi-alleati come la Turchia o Putin, che prendono per buone le sue promesse. E può deludere e irritare alleati le cui buone ragioni non sono prese in considerazione e che sono spesso trattati come subordinati da far rigare dritto secondo le esigenze americane del momento. Così è accaduto all’Europa. Per fortuna la politica israeliana è guidata da un primo ministro esperto e lucidissimo come Netanyahu, che evita di rispondere alle provocazioni, cerca un buon rapporto personale, esibisce di Israele la fedeltà, la misura e soprattutto la forza, una delle cose che Trump più apprezza. A Israele converrebbe naturalmente che il regime degli ayatollah, la testa della piovra che ha assalito lo stato ebraico, venisse distrutto, e con esso i tentacoli come Hezbollah, Houti e Hamas. Ma di fronte al rifiuto di Trump di esporsi ai costi e ai rischi di condurre una guerra esistenziale contro il regime iraniano, la soluzione della non guerra e non pace è comunque conveniente, almeno finché gli concede la possibilità di continuare la sua azione contro le minacce immediate di Hezbollah e Hamas. Vedremo nei prossimi mesi a che cosa porterà questa difficile alleanza.














