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    Cultura

    Cento anni di Mel Brooks, il re della parodia

    Cento anni e non sentirli. O meglio: cento anni e continuare a far ridere, che nel caso di Mel Brooks è sempre stata una cosa molto seria. Nato Melvin Kaminsky il 28 giugno 1926 a Brooklyn, figlio di immigrati ebrei, Brooks ha attraversato un secolo di storia trasformando la comicità in un’arma contro ogni forma di autorità, retorica e fanatismo. Prima la guerra, poi il cabaret, la televisione con Sid Caesar, quindi il cinema. Il resto è storia.
    Con “Per favore, non toccate le vecchiette” vinse subito l’Oscar per la sceneggiatura, ma è negli anni Settanta che riscrive le regole della commedia americana. “Mezzogiorno e mezzo di fuoco” demolisce il western e i suoi miti razziali. “Frankenstein Junior” rende omaggio ai classici horror Universal con una precisione filologica che convive con il nonsense più assoluto. “Alta tensione”, “Balle spaziali’, “La pazza storia del mondo”: ogni genere diventa materiale da smontare e ricostruire.

    E poi c’è “The Producers”, il gesto più audace di tutti: trasformare Hitler e il nazismo in oggetto di scherno. Per Brooks la satira non serviva a minimizzare il male, ma a privarlo della sua aura. “Se riesci a far ridere di Hitler, gli togli il potere” è stata la filosofia che ha attraversato tutta la sua opera. Una scelta profondamente legata anche alla sua identità ebraica, che non ha mai nascosto ma anzi trasformato in una delle chiavi della sua comicità. Come osserva The Forward, il suo umorismo nasce da una cultura yiddish, dalla tradizione del vaudeville e da un modo tutto ebraico di rispondere alle tragedie con l’ironia. 
    Brooks appartiene inoltre al ristrettissimo club degli artisti EGOT, vincitori di Emmy, Grammy, Oscar e Tony, un riconoscimento che certifica un talento capace di attraversare televisione, cinema, teatro e musica. A cento anni continua a lavorare. Nel 2027 tornerà persino nei panni di Yogurt nel sequel di “Balle spaziali”, dimostrando che l’età, per lui, è sempre stata l’un altra battuta. Forse è questo il suo lascito più grande: aver dimostrato che la comicità può essere colta senza essere snob, popolare senza essere banale, irriverente senza perdere umanità. Perché, come ripete da una vita, ridere non risolve tutto. Ma rende molto più difficile avere paura.
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