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    ISRAELE

    La settimana di Israele: l’accordo con il Libano e gli scontri a Hormuz

    Un accordo storico

    Due eventi hanno segnato il Medio Oriente nei giorni scorsi, entrambi a vantaggio di Israele. Il più importante in prospettiva è l’accordo trilaterale firmato venerdì a Washington fra Israele e Libano con la garanzia e la supervisione degli Stati Uniti. Ironicamente, come nel caso del documento fra Usa e Iran di dieci giorni fa, si tratta di un “memorandum di intesa” e anch’esso consiste di 14 articoli. Già la conclusione di un accordo del genere è un fatto storico, perché esso costituisce almeno la base di quel riconoscimento giuridico, di quella normalizzazione dei rapporti e di quel processo di pace che il Libano aveva sempre negato, mantenendo ufficialmente lo stato di guerra con Israele dal 1948. Il riconoscimento dello Stato ebraico da parte di uno dei suoi nemici storici è dunque un risultato importante della guerra iniziata il 7 ottobre del 2023. In essa, Hezbollah aveva coinvolto anche il Libano iniziando a bombardare il nord di Israele subito dopo l’aggressione di Hamas, a partire dall’8 ottobre.

    L’“unificazione dei fronti”

    Un altro aspetto importantissimo è che l’accordo di Washington rifiuta e sconvolge la pretesa dell’Iran di esercitare una sorta di patronato (o per dirla più chiaramente, di potere coloniale) sullo Stato libanese, con la pretesa di identificarlo con Hezbollah (che invece non è certo tutto il Libano o il suo rappresentante legale e morale, ma solo un movimento terrorista che vi è nato, si è messo al servizio dell’Iran e per un certo periodo, fino ai colpi subiti da Israele, ha dominato molti gangli dello Stato). L’Iran lo considera tanto “cosa sua” che ha inserito nel suo memorandum con gli Usa una clausola di cessazione del fuoco anche in Libano, a partire dal suo principio di “unificazione dei fronti” (quello dello stesso Iran e dei suoi eserciti per procura in Libano con Hezbollah, Iraq con i gruppi sciiti, in Yemen con gli Houthi e a Gaza con Hamas e Jihad Islamica). Con ciò il regime islamista pretendeva per loro di ottenere la libertà di “esercitare la resistenza”, cioè in realtà la licenza di usare il terrorismo contro Israele, senza subire reazioni per questo. L’ “unificazione dei fronti” era intesa dagli iraniani come la leva con cui allargare le normali differenze di interessi fra Usa e Israele fino a contrapporli. Un interesse fondamentale di Trump è oggi assicurare la tranquillità nello stretto di Hormuz, in modo da farvi transitare il petrolio ed evitare una depressione economica globale e l’iperinflazione dell’energia, con la conseguenza sconfitta alle elezioni. Per concedere questa tranquillità, gli iraniani pretendevano dunque l’impunità per i gruppi terroristici, innanzitutto in Libano, e il blocco americano di ogni reazione israeliana. Ma per lo Stato ebraico non è possibile permettere a Hezbollah di bombardare il nord del paese senza reagire, perché facendo così avrebbe contravvenuto al patto fondativo di ogni stato, quello di assicurare la sicurezza ai propri cittadini. Inoltre, questa impunità avrebbe spopolato la Galilea, aprendo il campo a invasioni e perdita di territorio, come Hezbollah e Hamas e dietro di loro l’Iran progettano. Una resa su questo punto sarebbe stata, questo sì, “il suicidio di Israele” di cui alcuni vaneggiano.

    La sostanza dell’accordo

    Il sospetto che l’amministrazione Trump volesse imporre a Israele di smettere di combattere Hezbollah, di ritirarsi dalle zone di sicurezza conquistate con gravi sacrifici e di evitare di usare l’aviazione in risposta agli attacchi terroristici, era uno dei maggiori problemi rispetto al memorandum di intesa fra Usa e Iran. Ora però quest’altro memorandum è concluso fra Israele e il governo libanese, non Hezbollah. Soprattutto esso ha come oggetto sì un futuro ritiro israeliano dalle terre libanesi che oggi occupa non per volontà espansionista ma come spazio di difesa dagli attacchi terroristici, ma questo ritiro è esplicitamente condizionato al disarmo controllato e verificato di Hezbollah. Esso è fatto con l’esercito libanese, non con Unifil, la forza dell’Onu spesso guidata anche da contingenti italiani, complice di non aver impedito il riarmo e la fortificazione di Hezbollah. Questa collaborazione fra esercito israeliano e libanese nella destrutturazione della forza terrorista sarà testata in due zone di prova e se funzionerà potrà estendersi a tutta la zona meridionale del Libano. Israele intende sì rispettare l’integrità territoriale del Libano, ma a favore di uno stato legittimo e in relazioni normali con i suoi vicini, non di Hezbollah, che ne farebbe un gigantesco nido di pirati, cento volte più grande di Gaza. Si tratta esattamente del contrario di quel che voleva l’Iran, di una via per la normalizzazione dei rapporti fra i due stati e dell’eliminazione sul terreno di una forza terroristica che era stata ben più potente di Hamas, comparabile, per capacità militare e arsenale, a quella di uno Stato europeo. Infatti Hezbollah sta cercando in tutti i modi possibili di contrastare questa approvazione, fino a minacciare un colpo di stato. È significativo anche che questo accordo sia stato fatto con la piena copertura americana e firmato dal segretario di stato Rubio.

    Il nuovo incidente di Hormuz

    Questa conclusione di un’iniziativa presa dall’amministrazione Trump in parallelo all’accordo con l’Iran mostra i limiti di quest’ultimo: Trump è sì disposto a pagare un prezzo pesante per la riapertura di Hormuz, almeno fino alle elezioni di novembre, per non perderle a causa di una crisi economica e dell’inflazione. Ma non sta giocando lo stesso gioco del regime degli ayatollah. Lo dimostra l’altro incidente di questa settimana. Una grande nave mercantile battente bandiera di Singapore è stata presa di mira da quattro loro droni iraniani mentre usciva dallo Stretto di Hormuz seguendo la rotta più occidentale consigliata dagli americani ed evitando così le acque territoriali dell’Iran che i suoi militari cercano di imporre per stabilire che lo stretto appartiene tutto a loro. Tre droni sono stati abbattuti dalla marina americana e uno ha prodotto danni gravi ma non fatali alla nave commerciale. Gli USA non si sono limitati a cercare di bloccare l’aggressione iraniana e a condannarla ufficialmente con forti dichiarazioni di Trump e di Vance, ma hanno risposto nella notte di venerdì colpendo istallazioni radar e basi missilistiche iraniane. Non è stato un attacco forte e generale, ma un segnale chiarissimo: nonostante il “memorandum” o forse anche in forza di esso, gli Usa non intendono accettare alcuna appropriazione nazionale della via d’acqua internazionale per cui normalmente passa il 25% del traffico petrolifero mondiale. Per questa ragione Trump ha fatto pressione sull’Oman, Stato che sta dall’altra parte di Hormuz rispetto all’Iran, perché esso non si rendesse complice di un tentativo di imporre pedaggi per il passaggio. Per questo da tempo ha sostenuto l’attivazione di una corsia navale a ovest, fuori dalle acque iraniane, e vi ha scortato molte petroliere. Per questo ieri ha affrontato il rischio di riprendere lo scontro con l’Iran. È una testimonianza importante che gli interessi e le politiche americane e iraniane non coincidono neppure nell’ambito principale del “memorandum”: il traffico navale di Hormuz – per non parlare del dossier nucleare e dell’imperialismo degli ayatollah. L’accordo è dunque fragile e molto limitato, tutt’altro che un rovesciamento delle alleanze americane come alcuni l’hanno compreso. Vi è spazio perché Israele tuteli i suoi interessi di sicurezza, senza necessariamente scontrarsi con l’amministrazione Trump.

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