
Un racconto che nasce dalla memoria e si intreccia con la storia ha aperto la seconda giornata della 19ª edizione di Ebraica. La voce di Dina Hassan con il suo libro “Due vite, una memoria” ha riportato il pubblico a Tripoli, tra i dolci ricordi dell’infanzia e il dolore della cacciata degli ebrei dalla Libia, tra convivenze e improvvise fratture della vita.
“Vivevo a Tripoli, strade illuminate e un mare che sembrava infinito. Le case erano sempre aperte. Ebrei e arabi vivevano vicini. Vivevo nella hara, il quartiere ebraico. Non conoscevo né odio né antisemitismo” ha raccontato Hassan. “Tuttavia, un giorno sentii mia madre che, parlando in ebraico e in italiano, temeva per la nostra vita”.
Il clima, infatti, cambiò improvvisamente: “Un cocchiere pagato da mio padre ci portò via in mezzo a una folla urlante, piena di odio, che gridava ‘morte agli ebrei’. Ci nascondemmo insieme ad altre famiglie in attesa di poter partire. Il viaggio in aereo segnò il nostro distacco”.
L’arrivo in Italia rappresentò un nuovo inizio difficile: “Una volta arrivati vivemmo a Trastevere, nelle difficoltà di ricominciare una nuova vita. La Comunità ebraica romana ci fece sentire meno soli, ma bisognava ricominciare da capo”.

La manifestazione è poi proseguita con la proiezione del film “Leggere Lolita a Teheran”, diretto da Eran Riklis, preceduta da un dialogo tra il regista israeliano, il direttore di Shalom Ariela Piattelli e la giornalista Francesca Nocerino, la quale ha sottolineato come il film “non si abbandoni a facili emozioni” e racconti “come, poco dopo la rivoluzione degli ayatollah, una società sia caduta in un buco nero, soprattutto per le donne”.
Il film, tratto dal bestseller di Azar Nafisi, intreccia letteratura e resistenza culturale: leggere romanzi americani in un contesto di censura diventa un atto di libertà. “Lolita”, in particolare, diventa simbolo della complessità e della fragilità delle storie femminili.
Nel dialogo, Eran Riklis ha ricordato il suo percorso artistico: “Quando avevo 14 anni, nel 1968, vivevo in Brasile e c’era la dittatura. Frequentavo una scuola internazionale”. Da questa esperienza è nata la sua sensibilità per le storie di conflitto tra individuo e società: “Quando ho iniziato la mia carriera da regista ho iniziato a raccontare storie complesse tra persone e società. È diventato il mio mondo e il mio modo di esprimermi”.
Riklis ha poi raccontato l’origine del film: “Ho letto questo libro nel 2009 e poi di nuovo nel 2016. Era già un bestseller, ma non esisteva ancora un adattamento cinematografico. Ho contattato l’autrice e ho acquistato i diritti”.
La seconda giornata di Ebraica ha così intrecciato memoria, identità e libertà di espressione, confermando la vocazione del festival a mettere in dialogo esperienze e culture diverse. Il programma proseguirà fino a mercoledì 17 giugno con incontri, spettacoli, presentazioni e momenti di approfondimento dedicati al tema della speranza, filo conduttore di questa diciannovesima edizione.














