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    IDEE - PENSIERO EBRAICO

    Le mura di Neemia nell’era dell’intelligenza artificiale

    Cosa accade quando un Papa legge la Bibbia ebraica per parlare del futuro dell’umanità

    C’è un momento, nelle prime pagine della Magnifica Humanitas, in cui Papa Leone XIV si ferma davanti a due immagini bibliche e dice: è qui che dobbiamo stare. Da un lato la torre di Babele — «un’opera concepita senza riferimento a Dio, sostenuta da un’uniformità che elimina la diversità». Dall’altro la ricostruzione delle mura di Gerusalemme guidata da Neemia: la città che rinasce non per decreto di un potere solitario, ma attraverso la responsabilità condivisa di sacerdoti, artigiani, capifamiglia, donne e giovani.

    Ho letto questo passaggio più volte. E ogni volta mi sono fermata sulla stessa domanda, silenziosa e un po’ scomoda: di chi è questo libro?

    Non è una domanda retorica, né polemica. È la domanda che nasce quando qualcuno che ami — o che rispetti, o che osservi con attenzione critica — prende in mano qualcosa che senti tuo, e lo usa bene. Meglio, forse, di quanto te lo aspettassi. E allora non sai se sentirti grata o espropriata. O entrambe le cose insieme, che è probabilmente la risposta più onesta.

    Il libro di Neemia è uno dei testi più laici della Bibbia ebraica. Siamo nel V secolo avanti l’era comune, Gerusalemme è un cumulo di macerie dopo la deportazione babilonese, e Neemia — un ebreo della diaspora, coppiere del re persiano Artaserse — chiede il permesso di tornare a ricostruire. Torna, esamina in silenzio i luoghi distrutti nella notte, non impone soluzioni dall’alto. Convoca le famiglie, affida a ciascuna un tratto di muro, ascolta le paure, coordina gli sforzi, fronteggia le opposizioni interne ed esterne.

    È un testo di governance, quasi. Di leadership orizzontale, diremmo oggi. È anche un testo sul ritorno, sull’esilio come condizione che non finisce davvero anche quando finisce, sul fatto che ricostruire Gerusalemme non è mai soltanto ricostruire delle pietre.

    Leone XIV lo conosce. Lo cita con precisione, senza appiattirlo. Lo usa per dire che la vera alternativa all’intelligenza artificiale come strumento di dominio non è il rifiuto della tecnologia, ma la scelta di un modello diverso di costruzione: dal basso, condiviso, responsabile, orientato alla persona. Una Gerusalemme abitabile, costruita con il contributo di molti, contro una Babele digitale governata da pochi.

    Il parallelismo è potente. Ed è, bisogna dirlo, teologicamente onesto: il Papa non cristologizza Neemia, non lo trasforma in prefigurazione di altro. Lo lascia essere quello che è — un governatore ebreo che torna dall’esilio per ricostruire la città del suo popolo — e da lì trae una lezione politica universale.

    Eppure la tensione rimane. E vale la pena nominarla.

    Quando un documento del magistero cattolico — un documento indirizzato, formalmente, ai fedeli e a tutti gli uomini di buona volontà — sceglie il libro di Neemia come icona fondativa del proprio ragionamento sull’era digitale, sta facendo qualcosa di più che citare un testo antico. Sta proponendo una lettura. Sta dicendo: questa è la chiave. E quella lettura, per chi la enciclica la firma e per chi la riceve nella grande maggioranza, arriva filtrata attraverso secoli di interpretazione cristiana, di appropriazione, di sostituzione teologica — quella dottrina della supersessione che la Chiesa ha ufficialmente abbandonato, ma che lascia tracce nel modo in cui certi testi vengono ancora percepiti come “già nostri”.

    Non sto accusando Leone XIV di supersessionismo. Non è quello che fa. Ma sto dicendo che per un lettore ebreo, questo gesto porta con sé un peso che il Papa probabilmente non vede — o vede meno di quanto sarebbe necessario. Il libro di Neemia non è un patrimonio neutro da cui attingere liberamente. È un testo che parla di Gerusalemme a un popolo che ha continuato a tornare a Gerusalemme, nei secoli, in mille forme diverse. È un testo che i nostri nonni leggevano prima di ogni altra cosa come la propria storia.

    Riconoscere questo non significa chiudere la porta al dialogo. Significa aprirla in modo più consapevole.

    La Magnifica Humanitas è stata firmata il 15 maggio 2026, nel 135° anniversario della Rerum Novarum di Leone XIII — quella stessa enciclica che, nel pieno della prima rivoluzione industriale, parlò per la prima volta di diritti dei lavoratori, di sussidiarietà, di dignità del lavoro contro la logica del profitto cieco. Il parallelismo storico è dichiarato e voluto: allora la questione operaia, oggi la questione digitale. Una quarta rivoluzione industriale dai ritmi molto più accelerati delle precedenti.

    Quello che colpisce, letto da una prospettiva ebraica, è che Leone XIV non si limita a denunciare i rischi dell’intelligenza artificiale. L’enciclica non è dedicata univocamente all’IA, ma alle grandi questioni sociali e geopolitiche «nel tempo» dell’intelligenza artificiale. Al centro c’è qualcosa che la tradizione ebraica conosce bene: la domanda su chi decide, chi è responsabile, chi risponde delle conseguenze. Il cambiamento rischierebbe di essere governato da forze tecnocratiche che tendono a presentare come inevitabile il proprio dominio, imponendo regole dettate da chi possiede dati, infrastrutture e capacità di calcolo.

    È la domanda del dayan — del giudice — trasportata nell’era degli algoritmi. Chi risponde? Davanti a chi? Con quale misura di giustizia?

    Al n. 112 dell’enciclica, Leone XIV scrive: «Il rischio non è solo che alcune tecnologie siano usate male, ma che il paradigma tecnocratico in cui siamo immersi faccia sembrare giusta e normale una visione antiumana, secondo cui la pienezza della vita consisterebbe nell’avere di più, nel ridurre la fragilità, eliminare l’imprevisto, controllare ogni cosa.»

    Questa frase merita di essere letta lentamente. Perché descrive, con precisione quasi chirurgica, la tentazione che la tradizione ebraica ha chiamato nei secoli in molti modi diversi — ma che in fondo è sempre la stessa: la pretesa di eliminare la condizione umana invece di abitarla. L’utopia del controllo totale contro l’etica della responsabilità radicata nell’imperfezione. Il golem che sfugge al suo creatore non perché sia malevolo, ma perché è stato creato per fare quello che l’uomo non voleva più fare da solo.

    La metafora del golem non compare nell’enciclica. Ma ci sarebbe stata bene.

    Alla presentazione del documento, seduto accanto al Papa, c’era Christopher Olah — cofondatore di Anthropic, una delle principali aziende di intelligenza artificiale al mondo. Leone XIV lo ha ringraziato «per avere accettato il nostro invito», aggiungendo: «A nome della Chiesa accetto anche il vostro invito a camminare insieme per trovare un nuovo percorso per l’umanità.»

    Un Papa e un ingegnere di IA, seduti allo stesso tavolo, davanti alle macerie e alle promesse del nostro tempo. Come Neemia che esamina in silenzio i luoghi distrutti prima di decidere cosa ricostruire.

    La scena è quasi simbolica. E contiene, in nuce, tutta la tensione del documento: la tecnologia non è il nemico, ma non è nemmeno neutrale. Porta in sé le scelte di chi la ha costruita, i valori di chi la finanzia, le priorità di chi la governa. La domanda non è se costruire, ma come e con chi e per chi.

    È, in fondo, la stessa domanda che Neemia si è posto davanti alle mura di Gerusalemme, nella notte, prima che gli altri si svegliassero.

    Il fatto che un Papa la stia ponendo oggi, usando quelle parole, non risolve la tensione che sento come lettrice ebrea. Ma mi dice che il dialogo — quello vero, quello che non appiattisce le differenze ma le porta dentro la stanza — è ancora possibile. Forse necessario. Forse urgente come non mai.

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