
Il Consistoire di Parigi e la Grande Synagogue de la Victorie organizzano in queste ore una prima esclusiva e originale visita in musica alla scoperta dei luoghi più amati del Marais ebraico. Dopo aver esaurito in poche ore i posti disponibili, gli ideatori hanno promesso di riproporre il programma nei prossimi mesi. Ogni città possiede una musica invisibile, nel Marais ebraico questa musica cambia, strada dopo strada. Il klezmer è perfetto per il primo impatto con il quartiere: una musica sospesa tra festa e malinconia, tra matrimoni e diaspora. Camminando per Rue des Rosiers si ha la sensazione che quella musica appartenga ancora ai muri.
Rue des Rosiers è il nel cuore del vecchio Pletzl, “piccola piazza” in yiddish, in cui concentra una delle memorie ebraiche più forti d’Europa, una memoria che non è mai solo passato che non si visita come un museo, si attraversa come si attraversa una storia famigliare: lentamente, ascoltando i dettagli. Una donna anziana esce da una boulangerie, un ragazzo con le cuffiette ascolta musica seduto davanti a una sinagoga, due turisti discutono su quale falafel scegliere, poco più avanti una targa ricorda i bambini deportati nel 1942. Il Marais non separa mai vita e tragedia ed è forse questo il suo tratto più autentico.

Le origini del quartiere ebraico parigino risalgono al Medioevo; tra ‘800 e ‘900 il Marais ha assunto la sua identità moderna con l’arrivo degli ebrei dell’Europa orientale: polacchi, russi, lituani in fuga da pogrom, miseria e persecuzioni, hanno portano con loro lo yiddish, il pane nero, i canti hassidici, i laboratori tessili, le scuole religiose e i piccoli commerci. Parigi li ha accolti e insieme li ha trasformati. Oggi resta soprattutto l’eco di quel mondo. Negli anni dell’occupazione nazista il quartiere è stato colpito duramente. Migliaia di ebrei parigini sono stati arrestati e deportati. Oggi le targhe disseminate sui muri raccontano nomi, età, indirizzi. “Qui abitava…”. La frase ritorna continuamente.
Al numero 10 di Rue Pavée compare improvvisamente uno degli edifici religiosi più sorprendenti di Parigi: la sinagoga Agoudas Hakehilos, progettata da Hector Guimard, maestro dell’Art Nouveau francese. La facciata sembra compressa tra i palazzi, quasi piegata verso l’alto. Nulla di monumentale, nulla di trionfale. Dentro, invece, tutto cambia: luce soffusa, legno, silenzio. La sinagoga è stata costruita per gli immigrati ebrei dell’Europa orientale all’inizio del ’900, è ancora oggi un luogo vivo. Qui si ascolta il violino di Itzhak Perlman.

Chi vuole capire davvero il Marais deve abbandonare per qualche minuto la strada principale. Rue des Écouffes, Rue Ferdinand-Duval, Rue des Hospitalières-Saint-Gervais custodiscono il volto meno turistico del quartiere con piccole yeshivot, negozi alimentari kasher, librerie religiose, cortili silenziosi, scale interne che sembrano ferme agli anni ’50 del secolo scorso. Qui il tempo rallenta. Si sentono parole in ebraico, francese, a volte yiddish. La musica in questa parte della passeggiata cambia: si sentono i niggunim hassidici, Avishai Cohen e il jazz ebraico contemporaneo.
Tra Place Saint-Paul e Rue des Écouffes il quartiere cambia continuamente volto: boutique di lusso e antiche gastronomie convivono senza armonia apparente. Negli ultimi vent’anni il Marais è diventato uno dei quartieri più desiderati di Parigi: moda, design, gallerie d’arte, turismo internazionale hanno trasformato profondamente la zona, molti residenti storici sono andati via, alcune vecchie botteghe yiddish hanno chiuso. Eppure il quartiere continua a resistere alla completa trasformazione in scenografia turistica: le sinagoghe sono frequentate, le scuole religiose aperte, i ristoranti kasher affollati, la memoria qui non è congelata, respira.

Quando si lascia il quartiere Parigi riprende il suo rumore: traffico, métro, bistro pieni, qualcosa resta addosso, forse perché il Marais ebraico racconta una storia europea ancora apertissima: migrazione, persecuzione, integrazione, memoria, identità, oppure perché in quelle strade si percepisce qualcosa di raro nelle grandi città contemporanee: la continuità fragile della vita umana.
Un quartiere può cambiare ma certe melodie non scompaiono davvero mai.















