
“Sono 13 i modelli di aggressione sessuale e di genere individuati tra cui stupro e stupro di gruppo, aggressioni prima e durante l’uccisione, spogliazione forzata, minacce di matrimonio forzato e aggressioni compiute davanti ai familiari delle vittime”. È quanto si legge nel nuovo rapporto della Commissione civile israeliana sui crimini di Hamas che documenta le violenze sessuali sistematiche durante il massacro del 7 ottobre e la prigionia a Gaza, citando testimonianze di sopravvissuti, prove forensi e resoconti delle squadre di identificazione dei corpi presso la base di Shura. Il rapporto è stato reso pubblico su Jerusalem Post e Yedioth Ahronoth. Schemi ripetuti in più luoghi attuati con particolare crudeltà per massimizzare il dolore, l’umiliazione e la sofferenza delle vittime.
Un archivio che contiene oltre 10.000 fotografie e segmenti video, per più di 1.800 ore di analisi visiva, insieme a più di 430 testimonianze, interviste e incontri con sopravvissuti, testimoni, ostaggi rilasciati, esperti e familiari. Le vittime comprendevano 52 nazionalità.
“Abbiamo capito che dovevamo creare una documentazione probatoria secondo standard che non potessero essere negati”, ha dichiarato la dott.ssa Cochav Elkayam-Levy, a capo della Commissione.
Il rapporto presenta testimonianze e riscontri in base ai luoghi degli attacchi: il festival musicale Nova; la Strada 232 e le aree circostanti; i kibbutz; le basi militari; e gli abusi sugli ostaggi durante il trasferimento e all’interno di Gaza.
Accanto allo scopo storico di preservare il materiale per le generazioni future c’è anche l’obiettivo del riconoscimento ufficiale, da parte di parlamenti e istituzioni internazionali, che tali crimini siano effettivamente avvenuti.
Sebbene le vittime uccise non possano testimoniare, la sezione dedicata agli ostaggi include testimonianze ampie ed esplicite su aggressioni sessuali, umiliazioni sessuali, spogliazione forzata ed esposizione pubblica. Le vittime venivano spesso sequestrate in pigiami leggeri o in biancheria intima. “Non ha nemmeno fatto in tempo a mettersi i pantaloni”, ha raccontato alla Commissione una madre rapita con i figli dalla loro casa nel kibbutz. Un’altra ex ostaggio ha testimoniato: “Mi hanno portata via così, quasi nuda, mezza addormentata”.
Un altro schema ricorrente durante i rapimenti era il terrore inflitto all’interno dell’unità familiare: i rapitori uccidevano i parenti davanti ai familiari che venivano poi portati a Gaza. In molti casi, gli aggressori documentavano e diffondevano i filmati dei rapimenti e, secondo numerose testimonianze, le donne apparivano nude, picchiate e umiliate.
Il rapporto definisce questo fenomeno “kinocidal sexual violence”, riferendosi a una violenza sessuale indotta tra i componenti di uno stesso gruppo familiare — tra genitori e figli, coniugi, fratelli e parenti — come parte integrante del danno, cosicché l’aggressione non colpisce solo il corpo della vittima, ma anche le relazioni familiari, trasformate in un ulteriore strumento di terrore. Per questo motivo, afferma il rapporto, la maggior parte del materiale archiviato è mantenuta riservata per tutelare la privacy delle vittime.
“In alcuni casi – afferma il rapporto – i corpi delle vittime sono stati rapiti, profanati ed esposti pubblicamente”, un atto che indica l’uso deliberato dell’umiliazione sessuale per terrorizzare le vittime, le loro famiglie e il pubblico più ampio.
È quanto emerge dai filmati della defunta Shani Louk, ripresa ferita e parzialmente nuda nelle strade di Gaza. Altri video che documentano i rapimenti mostrano donne trascinate per i capelli, ferite e umiliate durante la cattura.
Ofelia Roitman, rapita dalla sua casa nel kibbutz Nir Oz e rilasciata nel primo accordo sugli ostaggi, ha raccontato alla Commissione di essere stata spogliata con la forza su ordine di un medico all’arrivo in un tunnel a Gaza. “Mi hanno lasciata senza niente, e pensavo che da un momento all’altro mi avrebbero picchiata o mi avrebbero fatto qualcosa”, ha testimoniato. “Ci ho pensato per un attimo, poi uno di loro è venuto e mi ha messo addosso una veste”.
Secondo il rapporto, la violenza sessuale non si è fermata durante la prigionia. “I carcerieri minacciavano abitualmente stupri e matrimoni forzati e, in alcuni casi, costringevano le vittime a compiere o assistere ad atti sessuali e torture che coinvolgevano altri, inclusi familiari», si legge. «Le aggressioni sessuali avvenivano in modo abituale e sistematico in case, tunnel e altri luoghi”.
Circa sei mesi fa, l’ex ostaggio Romi Gonen ha descritto in un’intervista al programma televisivo israeliano Uvda le aggressioni sessuali subite in prigionia. “Entro nella doccia e lui si permette di entrare perché è il medico ed è lì per aiutarmi a fare la doccia, e io sono ferita e non ho alcun potere su di loro – ha dichiarato in parole citate dal rapporto – E mi trovo in una situazione in cui non posso fare nulla”.
Gli abusi sessuali non hanno colpito solo le donne. Il rapporto cita un’intervista rilasciata da Guy Gilboa-Dalal a Channel 12 News, in cui ha descritto abusi sessuali da parte di un terrorista. “È venuto da dietro, ha iniziato a toccarmi tutto il corpo e in quel momento mi sono bloccato. – ha raccontato – Ha davvero iniziato a toccarmi e a baciarmi la nuca, a baciarmi la schiena”.
Hamas ha negato le accuse di violenza sessuale da parte dei suoi membri durante l’attacco del 7 ottobre, nonostante la documentazione citata o riflessa nel rapporto proveniente da funzionari israeliani, organismi internazionali, giornalisti, investigatori della società civile, sopravvissuti e testimoni.
Per gli autori del rapporto, tuttavia, la questione non è più soltanto se il mondo riconoscerà i crimini. È se l’archivio potrà diventare una base giuridica.
“Per due anni abbiamo ascoltato i sopravvissuti, esaminato meticolosamente le prove e affrontato materiale spesso oltre la comprensione”, ha dichiarato Elkayam-Levy. “Questo rapporto è il risultato di quel lavoro. Stabilisce che la violenza sessuale non è stata incidentale; è stata sistematica, deliberata e incorporata nell’attacco stesso”.
Il rapporto non sostituisce un processo penale né pretende di formulare conclusioni giudiziarie definitive. Ma si presenta come un ponte tra documentazione e perseguimento penale: un dossier pensato per preservare le prove, resistere alla negazione e fornire ai tribunali un quadro per perseguire la responsabilità.














