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    ITALIA

    Rav Moshè Hacmun nuovo Presidente della Federazione Sionista Italiana

    Il Consiglio della Federazione Sionistica Italiana ha eletto il nuovo Comitato Esecutivo, riunitosi il 26 Maggio, che ha nominato Rav Moshe Hacmun Presidente della Federazione Sionista Italiana, Raffaele Turiel come Vicepresidente, e confermato Enrico Gattegna nel ruolo di Tesoriere.

    Rav Moshè Hacmun ha condiviso con Shalom la sua visione per il futuro della Federazione.

    Cosa si aspetta dalla nuova carica come Presidente della Federazione Sionista Italiana e qual è lo scopo principale?

    La visione che condivido con il nuovo comitato esecutivo è quella di costruire una Federazione unita, forte e inclusiva. Il nostro obiettivo è mettere in relazione le diverse sensibilità presenti nell’ebraismo italiano, rafforzando il legame con Israele e il senso di appartenenza a una storia, a un popolo e a un futuro comune.

    Come si raggiunge lunità?

    L’unità si raggiunge ascoltando tutte le componenti dell’ebraismo italiano e dando spazio alle diverse sensibilità che partecipano alla vita della Federazione. Unità non significa uniformità: significa lavorare insieme, con rispetto reciproco, su obiettivi condivisi. Tra questi ci sono il rafforzamento del rapporto tra gli ebrei italiani e Israele, il coinvolgimento dei giovani, la promozione dell’Aliyah e la costruzione di progetti culturali, educativi e identitari.

    Alla luce dei tempi attuali, come affronterà lantisemitismo?

    Oggi ci troviamo di fronte a un livello molto alto di antisemitismo e anche a una diffamazione costante di Israele. Per questo serve una leadership capace di unire, ascoltare e rappresentare con equilibrio. In un momento così difficile la priorità è rafforzare la coesione, senza cancellare il confronto interno. La critica è legittima, anche quando è severa. Ma in un contesto in cui Israele viene spesso delegittimato, dobbiamo essere consapevoli che certe parole possono essere strumentalizzate da chi non cerca il dialogo, ma alimenta odio antiebraico. Chi vive in diaspora avverte una responsabilità particolare: esprimere opinioni con libertà, ma anche con consapevolezza, evitando di alimentare, anche involontariamente, campagne di delegittimazione dello Stato d’Israele.

    Come agire di fronte all’educazione all’antisemitismo e alla disinformazione?

    Non dobbiamo guardare soltanto ciò che accade in Italia, ma anche le esperienze delle comunità ebraiche nel mondo. Confrontarsi con altre realtà ci aiuta a individuare gli strumenti che funzionano: sul piano educativo, culturale, istituzionale e comunicativo. Serve collaborazione con molte componenti del mondo ebraico e con interlocutori esterni. Dobbiamo essere aperti al dialogo e, allo stesso tempo, dire le cose con chiarezza, competenza e intelligenza. Dove c’è dialogo c’è futuro. Naturalmente, quando ci si trova di fronte a posizioni apertamente antisemite, il dialogo può non essere costruttivo: in quei casi bisogna saper distinguere tra confronto e propaganda d’odio.

    Cosa porterà il nuovo comitato alla Federazione?

    Non vogliamo stravolgere la Federazione, ma rafforzarla. Desidero ringraziare Raffaele Turiel, oggi Vicepresidente della Federazione, e chi ha lavorato prima di noi per far crescere questa realtà. In questi anni è stato fatto un lavoro importante, con oltre duemila iscritti e una presenza sempre più significativa. Il nostro compito è proseguire su questa strada: rafforzare la Federazione, avvicinare nuove persone, coinvolgere i giovani, creare legami più forti con Israele e sviluppare progetti concreti sull’Aliyah, attraverso incontri, fiere, collaborazioni con gli enti competenti e momenti di informazione qualificata.

    Ci sono dei progetti in programma o già avviati?

    È ancora presto per entrare nel dettaglio dei singoli progetti, ma abbiamo molte idee da sviluppare insieme. Vogliamo essere presenti, spiegare e rappresentare Israele con orgoglio, competenza e intelligenza. Spesso l’opinione pubblica riceve una narrazione parziale. Il nostro compito è contribuire a un confronto democratico, informato e plurale. Per farlo bisogna lavorare con le istituzioni, con le università, con il mondo della cultura e con tutti gli interlocutori disponibili a un dialogo serio.

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