
Domenica scorsa, nella sinagoga di Lisbona, ho assistito a una scena che continua a tornarmi in mente.
Un bambino giocava con una piccola bandiera di Israele. La sventolava con orgoglio, con la spontaneità e l’innocenza che solo i bambini possiedono. Non c’era alcuna provocazione nel suo gesto. C’era solo gioia. Appartenenza. Amore.
Guardandolo, però, mi è venuto un pensiero amaro.
Ho pensato che probabilmente i suoi genitori non gli avrebbero permesso di continuare a giocare con quella stessa bandiera fuori dal recinto protetto della comunità ebraica. Non per vergogna. Non per mancanza di orgoglio. Ma per prudenza.
È una realtà triste da accettare, che un bambino possa sentirsi libero di esprimere la propria identità solo in alcuni luoghi e non in altri è qualcosa che dovrebbe far riflettere tutti.
Mentre questo pensiero attraversava la mia mente, il coro ha iniziato a cantare una melodia molto conosciuta, basata sulle parole di Rabbi Nachman di Breslav:
“Kol haolam kulo gesher tzar meod, vehaikar lo lefached klal” “Il mondo intero è un ponte molto stretto, e la cosa più importante è non avere paura.”
Ho ascoltato quelle parole decine di volte nella mia vita, ma questa volta hanno assunto un significato diverso.
Perché vivere da ebrei oggi significa spesso camminare proprio su quel ponte stretto, un ponte tra orgoglio e prudenza, tra identità e sicurezza, tra il desiderio di mostrarsi per ciò che si è e la necessità di proteggersi.
Eppure Rabbi Nachman non ci invita a ignorare i pericoli, ci insegna qualcosa di più profondo: non lasciare che sia la paura a decidere chi siamo.
Non permettere alla paura di rubarci le nostre tradizioni, le nostre canzoni, le nostre tavole imbandite, la nostra gioia. Forse è anche per questo che il cibo occupa un posto così centrale nella vita ebraica.
Nel corso della nostra storia non abbiamo sempre potuto controllare ciò che accadeva fuori dalle nostre case. Ma abbiamo sempre potuto accendere una candela, preparare una tavola, raccontare una storia ai nostri figli e trasmettere loro un’identità.
La continuità di un popolo non si costruisce soltanto nei grandi eventi della storia, ma si costruisce nei piccoli gesti quotidiani come una benedizione recitata insieme o in una ricetta tramandata o in un bambino che impara ad essere fiero delle proprie radici. Ed è forse per questo che oggi vi propongo una ricetta così semplice.
Pomodori ripieni di tonno, acciughe, capperi, uova sode e maionese. Una preparazione senza cottura, fatta di ingredienti umili e familiari.
Ingredienti
- 6 pomodori grandi e sodi
- 2 scatolette di tonno sott’olio, ben sgocciolato
- 3 uova sode
- 4-5 filetti di acciuga
- 1 cucchiaio di capperi
- 3 cucchiai di maionese
- 1 cucchiaino di senape (facoltativo)
- Prezzemolo fresco tritato
- Pepe nero q.b.
Preparazione
Lavate i pomodori e tagliate la parte superiore, conservandola come coperchio se desiderate una presentazione più elegante.
Svuotateli delicatamente con un cucchiaino, eliminando semi e parte della polpa Capovolgeteli su carta assorbente per circa 15 minuti affinché perdano l’acqua in eccesso. Tritate finemente le uova sode, le acciughe e i capperi. In una ciotola mescolate il tonno sbriciolato con le uova, le acciughe, i capperi e la maionese. Aggiungete la senape se la utilizzate. Regolate con una macinata di pepe. In genere non è necessario aggiungere sale, poiché acciughe e capperi sono già molto saporiti. Riempite generosamente i pomodori con il composto.
Decorate con prezzemolo fresco tritato e lasciate riposare in frigorifero per almeno 30 minuti prima di servire.
Illustrazione di Ludovica Anav














