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    Cultura

    EBRAICA: la mostra ‘Exodus. Le navi della speranza’ al Palazzo della Cultura

    Alle spalle, un inferno impossibile da dimenticare. Davanti, un mare che si fa muro invisibile. Oltre, una Terra che si chiama futuro. Negli occhi solo la certezza di una speranza irrinunciabile.
    I sopravvissuti della Shoah avevano perso famiglie, case, e persino il diritto di esistere, ma nessuno poteva togliergli la speranza di ricostruire una vita. Fu così che si ritrovarono stipati su vecchi piroscafi in disarmo, riadattati alla meno peggio per prendere ancora una volta il mare, forse l’ultima. Vecchi scafi, con nomi che non erano solo nuovi, ma vere e proprie invocazioni come, ad esempio, Exodus, Kibbutz Galuyot, Ha’apala.
    Tra il 1945 e il 1948, nei tre anni sospesi che separarono la fine della Seconda Guerra Mondiale dalla nascita dello Stato di Israele, il Mar Mediterraneo si fece teatro di un’epopea silenziosa e disperata: quella dell’Aliyah Bet, l’immigrazione clandestina organizzata dall’Haganah con il braccio operativo dell’Istituto per l’Immigrazione B, il Mossad Le’Aliyah Bet guidato da Shaul Avigur.

    Stipate all’inverosimile, circa 60 navi trasportarono oltre 70.000 ebrei verso la Palestina sotto Mandato britannico. Nei ricoveri sottocoperta e sui ponti lo spazio era ridotto a meno dell’essenziale e l’unica aria che li teneva in vita era quella della speranza, l’aria che faceva di loro non più solo dei sopravvissuti al genocidio, non più solo numeri marchiati a fuoco sulla pelle, ma audaci che andavano incontro alla Terra dei padri sfidando il destino. Un’aria che faceva di loro i Ma’apilim.
    Tra loro e il destino c’era il rigido blocco navale imposto dal Mandato Britannico; la Gran Bretagna non solo aveva chiuso le porte della Palestina, limitando i visti a una quota irrisoria, ma verso quell’ondata di speranza agì militarmente. Le navi della Royal Navy circondavano le navi della speranza, le speronavano, lanciavano gas lacrimogeni. Molti ebrei vennero sequestrati a un passo dalla banchina e rinchiusi nuovamente dietro un filo spinato; i più fortunati nei campi di detenzione a Cipro, altri, come quelli imbarcati su Exodus 1947, rispediti addirittura in una Germania.

    Quel viaggio, però, era inarrestabile. Tanti riuscirono a forzare il blocco e a sbarcare, spesso avvicinandosi alla costa a luci spente per poi calare scialuppe o gettarsi in acqua e raggiungere la riva a nuoto dove poi sarebbe iniziata l’avventura dello sfuggire ai pattugliamenti.
    L’avventura finirà solo con la Risoluzione ONU 181 del novembre 1947 cui seguirà, pochi mesi dopo, la proclamazione dello Stato di Israele il 14 maggio 1948
    Ognuna delle fotografie di questa mostra è una storia, ma non solo quella fissata nell’attimo dell’immagine; quei volti anonimi – di cui sappiamo solo l’orrore che si portavano dietro e per i quali possiamo solo augurarci che abbiano poi trovato la vita che speravano – sono i volti e le storie di tutti gli ebrei che presero il mare da clandestini. Così come ogni singola nave di queste immagini, rappresenta tutte le navi di quelle traversate. Non sono importanti i nomi, sono importanti i significati che da queste immagini trapelano, per questo la scelta curatoriale è stata di non esporre singole didascalie, ma di lasciare alle immagini le uniche parole possibili delle loro storie.
    A quelle storie di mare e speranza, a quelle donne, uomini e bambini a cui non fu risparmiato l’ultimo oltraggio, questa mostra rende omaggio.

    La mostra ‘Exodus. Le navi della speranza’, a cura di Marco Panella, è in programma dal 14 al 17 giugno 2026 al Palazzo della Cultura nel Quartiere Ebraico. Prenotazione obbligatoria su Eventbrite al link: https://tinyurl.com/Ebraica-Festival-2026

    Fotografie disponibili esclusivamente ad uso redazionale limitatamente alla mostra “Exodus. Le navi della speranza”, promossa dalla Comunità Ebraica di Roma. Ogni ulteriore uso fuori contesto non è autorizzato. Credit obbligatorio: Central Zionist Archives, Jerusalem

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