
Ariel Arbib è uno dei donatori dell’archivio storico della Fondazione Museo della Shoah. Il suo fondo di famiglia, attraverso fotografie e documenti, racconta la travagliata storia degli ebrei tripolini a partire dagli inizi del ’900 fino alla fine degli anni ’40. A tale proposito lo abbiamo intervistato.
Una serie di fotografie che tu hai donato al nostro archivio ritrae tuo padre e altri giovani ebrei tripolini mentre mettono in scena rappresentazioni teatrali o partecipano a competizioni sportive. A cosa si riferiscono queste immagini?
C’è stato un periodo di grande fermento, ma anche di relativa tranquillità, per la Comunità ebraica tripolina: dagli anni Venti alla fine degli anni Trenta. Fu in quegli anni che nacque il Circolo sportivo Maccabi, per il desiderio e la determinazione di un giovane sognatore, mio padre, Roberto Arbib (1902-1986).
Quella prima compagine di giovani emancipati e ferventi sionisti diede vita, nell’agosto del 1920, a quello che sarebbe passato alla storia come il primo Circolo sportivo-ricreativo ebraico dell’Africa settentrionale. I venti di libertà e di rinascita portati dagli italiani in Libia, strappata agli Ottomani nel 1911 con la guerra italo-turca, fecero poi il resto.
Feste, spettacoli teatrali allestiti nei grandi teatri di Tripoli e persino nel Teatro romano di Sabrata, insieme a numerosi eventi sportivi, si susseguirono con successo anno dopo anno, grazie anche al favore delle Autorità italiane degli “Affari Civili”, ma soprattutto al calore e all’entusiasmo del Consiglio della Comunità ebraica locale e di tutti i suoi iscritti.
Appena fondato, il Circolo assunse il nome di “Benei Sion”, per poi diventare, qualche anno più tardi, definitivamente “Maccabi-Tripoli”. Il crescente successo e l’adesione di centinaia di nuovi soci obbligarono i dirigenti del Maccabi, sotto la presidenza di mio padre, a trasferirsi in locali più ampi e moderni, nei pressi del Teatro Politeama, in Souk el Turk (Tripoli).
Dopo aver ottenuto questi risultati, in quale contesto internazionale viene coinvolto il Maccabi-Tripoli?
L’eco di quel successo varcò il mare e l’entusiasmo raggiunse il culmine quando, nel settembre del 1931, il Circolo venne affiliato alla World Maccabi Union, organismo ebraico mondiale con sedi a Londra e Tel Aviv.
In un momento inaspettato arrivò l’invito a partecipare alla Seconda Maccabiade, che si sarebbe svolta a Tel Aviv nella primavera del 1935. Le Maccabiadi sono manifestazioni sportive internazionali, simili alle Olimpiadi, ma riservate agli atleti appartenenti ai circoli sportivi Maccabi sparsi in tutto il mondo. Bisognava prepararsi!
Gli atleti delle varie discipline, capitanati da mio padre, che ricopriva anche il ruolo di direttore sportivo, iniziarono una severa preparazione atletica per le gare di nuoto, tuffi e pallanuoto, ma anche per il calcio, la boxe, l’atletica e persino il ping pong.
Gli atleti, nelle loro divise bianco-azzurre, con la bustina in testa e il fazzoletto azzurro al collo, sfilarono per le vie di Tripoli diretti al porto, seguiti da una folla festante. Ad aprire il corteo, uno stendardo ricamato dalle socie del Circolo, con la scritta “Agudat Maccabi Tripoli” con al centro, l’immancabile Maghen David, simbolo del Circolo stesso, portato con orgoglio dall’alfiere.
Non appena il piroscafo si staccò dalla banchina, le note della HaTikvà (“La Speranza”) si librarono nell’aria, intonate in coro da oltre duemila persone. Era il 23 marzo del 1935.
Dove e quando si è svolta la cerimonia di apertura delle Maccabiadi?
La cerimonia d’apertura dei Giochi, il 1° aprile del 1935, fu per tutti una giornata memorabile. Le rappresentanze di 36 Nazioni sfilarono nello Stadio di Tel Aviv nelle loro divise multicolori, con alla testa i rispettivi alfieri. L’entusiasmo della folla, gli applausi e i canti ebraici davano a tutti la sensazione che l’orgoglio ebraico si fosse finalmente risvegliato e che una nuova era di benessere e spensieratezza fosse iniziata.
Quali risultati ha ottenuto il Maccabi-Tripoli nelle varie competizioni sportive?
I nostri atleti non conquistarono medaglie e, al termine dei Giochi, ripresero la via del ritorno verso Tripoli. Mio padre, invece, fu costretto a trattenersi ancora: nel frattempo era scoppiato un serio caso diplomatico.
Tre dei suoi atleti si erano resi irreperibili, probabilmente intenzionati a rimanere in Eretz Israel per iniziare una nuova vita. I visti d’ingresso nella Palestina mandataria erano stati rilasciati con la garanzia e la responsabilità dei dirigenti accompagnatori, e quindi anche di mio padre, che si era impegnato personalmente a riportare a Tripoli tutti i partecipanti della compagine libica.
La latitanza dei tre durò circa quindici giorni. Suo malgrado, papà dovette chiedere l’intervento della Polizia britannica, che li rintracciò e li fece rimpatriare d’ufficio. Uno dei tre, addirittura, aveva lasciato la moglie a Tripoli.
Cosa ha rappresentato, dal tuo punto di vista, questa vicenda?
Attraverso questo episodio, si comprende quale fosse lo spirito e l’ardore sionista che animavano in quegli anni la gioventù ebraica in Libia e quali fossero le motivazioni che, dopo la Seconda guerra mondiale ma, soprattutto dopo le angherie subite dal fascismo e i due Pogrom (Moraot) del 1945 e del 1948, spinsero circa 35.000 ebrei a lasciare per sempre la Libia per raggiungere il neonato Stato di Israele.
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Foto Credit: Fondazione Museo della Shoah. I documenti sono stati acquisiti grazie alla campagna di raccolta “Dalle case alla storia. Ogni documento può restituire una vita”.






















