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    Cultura

    Riapre il Museo Ebraico di Venezia: Shalom a colloquio con il Direttore Marcella Ansaldi

    Dopo sette anni di lavori, il Museo Ebraico di Venezia ha riaperto al pubblico con spazi ampliati, nuove sale e un percorso espositivo che restituisce centralità alla storia della comunità ebraica veneziana. Nel cuore del Ghetto, il museo si rinnova per raccontare non soltanto il passato, ma anche il valore della conoscenza e del dialogo nel presente.

    Direttore Ansaldi, che cosa significa questa riapertura?

    È un momento molto importante. Il Museo aveva bisogno di spazi adeguati a valorizzare una collezione straordinaria che in parte era poco conosciuta. Oggi possiamo finalmente raccontarla in modo più completo, offrendo ai visitatori un’esperienza coinvolgente e accessibile. Non si tratta soltanto di riaprire un edificio, ma di restituire alla città un luogo fondamentale della sua storia.

    Quali sono le principali novità del nuovo percorso?

    La superficie espositiva passa da 1.290 a circa 1.700 metri quadrati. Il percorso mette in relazione il museo con tre importanti sinagoghe cinquecentesche: la Scola Tedesca, la Scola Italiana e la Scola Canton. Accanto agli oggetti rituali, ai tessuti, ai manoscritti e alle opere d’arte, raccontiamo la vita quotidiana, le tradizioni e l’organizzazione sociale della comunità. Vogliamo che il visitatore possa comprendere l’ebraismo attraverso la sua storia concreta, fatta di persone, famiglie ed esperienze.

    Il Ghetto veneziano è un luogo dalla storia complessa. Come raccontarla oggi?

    Il Ghetto, istituito nel 1516, è un luogo d’inestimabile ricchezza culturale, ma anche il simbolo di una storia di segregazione e limitazioni.  Il Museo aiuta a comprendere come gli ebrei veneziani abbiano saputo conservare la propria identità, sviluppando relazioni con la città pur vivendo separati e in spazi angusti.

    Quale ruolo può rivestire il Museo? 

    Un museo non deve essere un luogo in cui il passato rimane immobile. Deve suscitare domande, favorire la conoscenza e offrire strumenti per interpretare il presente. Raccontare la cultura ebraica significa anche contrastare stereotipi e incomprensioni. Se una persona entra con un pregiudizio ed esce avendolo superato, abbiamo raggiunto un risultato importante.

    Quali sono i visitatori a cui guardate con maggiore attenzione?

    Vorrei che il Museo diventasse un punto di riferimento soprattutto per le scuole e per i giovani. È fondamentale incontrare le nuove generazioni, parlare con un linguaggio chiaro e permettere loro di conoscere una storia che appartiene a Venezia, ma che riguarda tutti. Naturalmente, desideriamo accogliere anche i veneziani, oltre ai turisti, invitandoli a scoprire una parte essenziale dell’identità della loro città.

    Qual è l’ambizione per il futuro?

    Vorrei che il Museo Ebraico fosse un luogo vivo, aperto e frequentato, capace di creare occasioni di incontro tra persone e culture diverse. La memoria acquista significato quando viene condivisa e trasmessa. Il nostro compito è custodire questo patrimonio, ma anche renderlo comprensibile e vicino a chi lo scopre per la prima volta.  Venezia non può essere raccontata senza gli ebrei veneziani: questa riapertura è un’occasione per rafforzare quel legame e costruire nuove relazioni con la città.

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    Foto credit: Museo Ebraico Venezia

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