
È uscito Ghittin, il nuovo trattato della traduzione italiana del Talmud Babilonese realizzata dal Progetto Talmud e pubblicata da Giuntina. Un altro tassello di un’impresa che, volume dopo volume, sta rendendo accessibile al pubblico italiano uno dei testi fondativi della cultura ebraica e del pensiero giuridico di ogni tempo.
Ghittin appartiene all’ordine di Nashim dedicato al diritto di famiglia, e prende il nome dal ghet il documento con cui si scioglie il matrimonio ebraico. Nulla è lasciato al caso: chi può scriverlo, su quale materiale, davanti a quali testimoni, cosa accade se il messaggero incaricato di consegnarlo si ammala, cambia idea o non trova la destinataria. Domande che sembrano tecniche, ma dietro le quali c’è una preoccupazione molto concreta: proteggere la donna dall’incertezza, evitare che resti sospesa in un limbo giuridico senza poter ricostruire la propria vita.
È proprio qui che compare per la prima volta un’espressione destinata a fare molta strada: tikkun olam la “riparazione del mondo”. Nel trattato indica i provvedimenti con cui i Maestri correggono le storture del sistema per tutelare chi rischia di subirle. Un concetto nato tra le norme e diventato, nei secoli, sinonimo di impegno per la giustizia e il bene comune.
Ma Ghittin non è solo diritto. Tra le sue pagine c’è la storia di Kamtza e Bar Kamtza: un invito recapitato alla persona sbagliata, un’umiliazione pubblica davanti a tutti, nessuno che interviene. Per i Maestri da quell’episodio comincia la catena di eventi che porta alla distruzione del Secondo Tempio. Letta oggi, ha un’attualità sorprendente. Accanto c’è Rabban Yochanan ben Zakkai, che lascia Gerusalemme assediata nascosto in una bara per chiedere ai Romani di risparmiare Yavne e i suoi saggi: rinunciare alla città per salvare lo studio, e con lo studio il futuro del popolo ebraico.
Il trattato si chiude con un’immagine che resta addosso: quando un uomo divorzia dalla moglie della sua giovinezza, persino l’altare piange. Il rigore della legge non cancella mai il peso umano delle scelte.
Come gli altri volumi, anche Ghittin è il frutto del lavoro di un’équipe di traduttori, revisori ed esperti che opera sulla piattaforma TRADUCO, sviluppata con l’Istituto di Linguistica Computazionale del CNR. Uno strumento che non sostituisce lo studio ma lo organizza, permettendo di lavorare insieme sullo stesso testo, annotarlo, confrontarlo. In fondo un’idea molto talmudica: un testo al centro e, intorno, le voci che lo discutono.
E se la traduzione è il cuore del progetto, farla conoscere è l’altra metà del lavoro. Anche per Ghittin come per i trattati precedenti, il Progetto Talmud ha scelto di raccontare l’uscita sui social con video brevi e contenuti pensati per chi al Talmud non si è mai avvicinato: in un minuto, una domanda e una pagina che risponde. Un impegno costante che ha portato i canali del progetto oltre le 700mila persone raggiunte in modo organico, insieme al podcast «Il Talmud per tutti» su Rai Play Sound. L’obiettivo è semplice: allargare il più possibile la cerchia dei lettori, a cominciare dai più giovani.
Perché un testo come Ghittin, che parla di legami che si sciolgono, di parole sbagliate e di responsabilità, ha ancora molto da dire. Basta trovare il modo di farlo arrivare.













