
Come si costruisce un nemico? Quali meccanismi psicologici e sociali trasformano l’altro in una minaccia e alimentano l’odio? Sono le domande al centro del convegno ‘La costruzione del nemico. Una lettura psicoanalitica e psicosociale’, promosso dall’Associazione Medica Ebraica (AME), che si è svolto presso la Casa della Psicologia di Milano, con il patrocinio dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia.
Non è stato semplice organizzare l’iniziativa, ha spiegato lo psicoanalista David Meghnagi, tra i promotori del convegno. Una difficoltà che, a suo giudizio, riflette un problema più ampio: gli Ordini degli Psicologi, come gran parte del mondo sanitario, hanno in larga misura disatteso la funzione di contribuire alla costruzione di un pensiero critico che mettesse in guardia contro una deriva antisemita che ha come sfondo la demonizzazione di Israele e la delegittimazione della sua esistenza. Una vera e propria psicosi collettiva in cui il contagio dilaga come un fungo.
Al centro della riflessione di Meghnagi, il progressivo svuotamento delle parole. “Quando le parole si ammalano, quando le persone vengono demonizzate, quando il pensiero viene semplificato”, viene meno anche la possibilità di comprendere la realtà nella sua complessità. I concetti storici, giuridici e psicologici vengono stravolti e svuotati del loro significato per essere piegati a narrazioni ideologiche di matrice totalitaria.
È il caso, per esempio, della falsa accusa di ‘genocidio’ rivolta a Israele ancor prima che scoppiasse la guerra successiva all’eccidio genocidario compiuto da Hamas il 7 ottobre. L’accusa viene da lontano. È stata ampiamente utilizzata dalla stampa sovietica e della sinistra terzomondista negli anni Sessanta e Settanta. L’equazione sionismo uguale razzismo è stata approvata dall’Assemblea delle Nazioni Unite nel 1975. Dopo la guerra del Golfo per rendere possibile gli accordi di Madrid, fu su richiesta israeliana abolita. A votarne l’abolizione furono molto degli Stati che l’avevano a suo tempo promossa e sostenuta. Ma le ragioni che ne resero possibile l’approvazione tre anni dopo la strage alle Olimpiadi di Monaco e due anni dopo la guerra del Kippur, non furono mai discusse. Il punto di svolta fu la conferenza internazionale che si tenne a Durban nel 2001. Quella che doveva essere una conferenza contro il razzismo “fu trasformata in un’orgia antisemita”.
Un meccanismo analogo investe il termine ‘sionista’, utilizzato come insulto, indipendentemente dal suo significato storico e politico. L’etichetta diventa così uno strumento per isolare, escludere e demonizzare chi non vi partecipa. L’appello al boicottaggio del concerto di Bocelli a Petra e in Indonesia, il grave episodio di Reggio Emilia, sono esempi di una pericolosa deriva che non sembra arrestarsi. “Il compito degli psicologi e anche degli operatori culturali è quello di restituire un significato smarrito alle parole”, ha sottolineato Meghnagi. Il linguaggio, infatti, non si limita a descrivere la realtà: può contribuire a disumanizzare l’altro e a rendere accettabile la sua esclusione.
La progressiva normalizzazione dell’ostilità può arrivare a rendere accettabili episodi di intimidazione e aggressione, come quelli che colpiscono esponenti religiosi o si verificano davanti ai luoghi di culto per esempio negli Stati Uniti. Un processo che lede la libertà religiosa e i diritti civili.
Fra i relatori del convegno anche lo psicologo Fabio Sbattella, responsabile dell’Unità di ricerca di Psicologia dell’emergenza dell’Università Cattolica, lo psicoanalista Ricardo Rafael Ileyassoff, la psicologa dell’emergenza Maria Teresa Fenoglio, Luca Guglielminetti, esperto di prevenzione della radicalizzazione e sostegno alle vittime del terrorismo e la psicologa Donatella Camerino, i quali hanno articolato la loro riflessione da diverse angolature.
Presenti inoltre la presidente dell’AME, Rosanna Supino, il Rabbino Capo di Milano, Alfonso Arbib, e Danilo Corona, vicepresidente dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia.












