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    ISRAELE

    Tensioni elettorali e piano strategico di Israele

    Minacce di guerra

    Manca ormai meno di una settimana alle elezioni politiche in Israele (due a quelle americane) e la tensione cresce. L’Iran ha svolto ostentate manovre militari, ha sparato di nuovo alle petroliere neutrali che cercavano di passare per lo stretto di Hormuz e produce dichiarazioni minacciose a ritmo accelerato. L’esercito israeliano ha sospeso tutte le licenze ai propri soldati a partire da giovedì e ha anche predisposto quella presenza continua nei centri di comando che era mancata il 7 ottobre. Gli Stati Uniti stanno raccogliendo in Medio Oriente flotte navali e aeree ancora più imponenti del solito. Sia Trump che Netanyahu hanno escluso attacchi militari prima delle rispettive elezioni ed è chiaro che sentono la responsabilità del fare svolgere regolarmente il voto, consapevoli fra l’altro che una sua sospensione in conseguenza di un conflitto provocato da loro non li aiuterebbe a raccogliere un risultato migliore. L’Iran potrebbe essere tentato da un attacco a Israele, per distrarre la popolazione dalla terribile crisi economica in corso e per disturbare la consultazione popolare che legittima lo Stato ebraico (a differenza dell’opacità del suo regime). Ma l’effetto sorpresa evidentemente manca, la reazione sarebbe certamente molto dura e non è affatto detto che attaccando otterrebbe l’effetto che più gli preme, cioè danneggiare il governo Netanyahu che ha sconfitto la sua alleanza genocida. Sono forse più probabili azioni terroristiche come quello dell’aereo Flydubai, o tentativi di attentati da parte di Hamas e Hezbollah. Di recente il governo libanese ha sequestrato alcune tonnellate di esplosivo, che Hezbollah ha rivendicato come proprio e di cui ha chiesto la restituzione urgente perché “destinato a colpire il nemico sionista”. Ma anche su questo piano, l’allerta israeliana è alta.

    Novità elettorali

    La febbre delle elezioni domina anche la scena interna in Israele. L’ex capo di stato maggiore, ministro e leader dell’opposizione Benny Ganz, di fronte al pronostico unanime di tutti i sondaggi che non avrebbe superato lo sbarramento del 3,25% necessario per entrare in parlamento, ha annunciato il suo ritiro. Il gesto è stato visto in genere come favorevole all’opposizione, ma Gantz si è rifiutato di dare un’indicazione di voto per uno dei due schieramenti, rivendicando anzi il suo progetto di unità nazionale. A favore di Netanyahu è arrivata la dichiarazione di sostegno da parte di Trump, che dopo averne esaltato le qualità di statista, di combattente e di negoziatore, ha detto in sostanza che senza la sua guida di Israele “l’America sarebbe costretta a fare da sé” in Medio Oriente. Sono parole forti, ma non si sa quanto possano pesare su un elettorato così polarizzato e emotivamente coinvolto come quello israeliano. In questi ultimi giorni le rivendicazioni dei partiti, che saranno le loro richieste nelle trattative post-elezioni, si sono indurite e estremizzate. Non sarà facile metterle assieme per costituire un governo. Va notato anche che continuano gli scontri nei territori di Giudea e Samaria, per lo più con assalti da parte palestinese, anche se la stampa europea tende a dare l’impressione opposta. Per esempio, un gruppo di macchine che portava in visita una delegazione di influencer sotto la guida di Fleur Hassan-Nahoum, candidata del partito “Amcha Yisrael”, è stato aggredito in un agguato presso il villaggio di Abu Falah, dove si erano svolti gli scontri che nei giorni scorsi avevano portato al ferimento della fotoreporter Heidi Levine del Washington Post.

    Una nuova dottrina di sicurezza nazionale

    La notizia più importante di questo inizio settimana, che va al di là del contesto elettorale, è la presentazione da parte del primo ministro Netanyahu della nuova strategia di sicurezza di Israele. Essa parte da un’analisi degli schieramenti in medio Oriente, dividendoli in tre blocchi, come si vede nella cartina allegata che è stata presentata alla conferenza stampa: uno schieramento sunnita basato su Turchia, Arabia Saudita, Egitto e Pakistan (in verde nella cartina); l’alleanza anti-occidentale guidata dall’Iran che comprende, anche se non completamente, Iraq, Libano e Yemen (in rosso nella cartina). E infine la relazione strategica tra Israele ed Emirati Arabi Uniti (in azzurro), che attira almeno in parte un gruppo di alleati regionali. Non si tratta evidentemente di alleanze formali, ma del modo in cui le potenze regionali si posizionano.

    Le minacce

    Su questa base la strategia individua quattro minacce principali e cioè “1. Il programma nucleare iraniano per cui impedire al regime islamico di acquisire armi nucleari è la massima priorità di sicurezza per Israele. 2. Droni e missili di precisione: è necessario contrastare gli sciami di droni, i droni avanzati e le minacce rappresentate dai missili di precisione. 3. Guerra cibernetica e intelligenza artificiale: bisogna prevenire attacchi che possano paralizzare le infrastrutture critiche e mantenere la superiorità nelle tecnologie di intelligenza artificiale, cibernetiche e quantistiche. 4. Sicurezza interna: Combattere il terrorismo interno e gli accumuli illegali di armi.”

    I “Pilastri della sicurezza”

    Sono conseguentemente previsti dieci linee guida (o “Pilastri” della sicurezza di Israele: “1. Superiorità militare: mantenere una netta superiorità militare sui potenziali avversari regionali. 2. Prevenzione nucleare: impedire ai nemici di acquisire armi nucleari. 3. Deterrenza: sostenere le minacce militari con una forza di fuoco credibile e schiacciante. 4. Intelligence e allerta precoce: rilevare le minacce in anticipo e prevenire sorprese strategiche. 5. Attacchi preventivi: prendere l’iniziativa attraverso operazioni offensive a sorpresa e forme di guerra non convenzionali. 6. Difesa delle frontiere: rafforzare le barriere, stabilire zone cuscinetto e proteggere la popolazione civile. 7. Alleanze strategiche: ampliare le partnership di sicurezza a livello regionale e internazionale. 8. Indipendenza tecnologica: essere leader nelle tecnologie avanzate e produrre internamente armi essenziali. 9. Guerra dell’informazione: contrastare le narrazioni ostili e competere nell’arena globale dell’informazione. 10. Vittoria e spirito nazionale: perseguire vittorie militari decisive, rafforzando al contempo l’unità e la capacità nazionale di resistenza.”

    Una strategia innovativa

    Alcune di questi principi sono tradizionali, ma lo spirito generale è fortemente innovativo rispetto alla organizzazione militare tradizionale di Israele: si parla di vittoria e non solo di deterrenza, si tiene conto delle ultime tecnologie (IA) e della guerra di comunicazione, si parla di attacchi preventivi e guerra non convenzionale, si pone l’obiettivo dell’indipendenza tecnologica, che significa evidentemente poter fare a meno degli Usa, si teorizza la prevalenza regionale sul piano militare e il partenariato su quello politico. Questo documento insomma raccoglie le lezioni non solo del 7 ottobre, ma anche dei tre anni di guerra e della nuova situazione regionale. La cartina stessa prende atto dei “patti della Mecca” e non colloca l’Arabia nello stesso campo degli Emirati ma in uno schieramento ambiguo, insieme a Egitto e Turchia, mentre vede la Siria nella stessa categoria della Giordania e dello Yemen, fra i paesi cioè influenzati dalle potenze sunnite, ma in qualche modo influenzabili. Per comprendere il futuro del Medio Oriente e di Israele in questo contesto, bisognerà partire da queste analisi.

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