
Il 16 ottobre 1943, all’alba, i nazisti entrarono nelle case degli ebrei di Roma. Trascinarono via intere famiglie, strapparono i bambini dalle loro stanze. Non importava l’età – giovani, donne, anziani – non importava nulla. Bastava essere ebrei. Furono 1.022 i deportati. Tornarono in sedici. Una sola donna e nessun bambino.
Ottantatré anni dopo, siamo qui a ricordare quei nomi, quei volti, quelle vite interrotte. E non soltanto perché abbiamo il dovere di onorare i nostri morti. Ma perché sappiamo come si arrivò a quella mattina. Prima del rastrellamento ci furono le leggi razziali del 1938. Prima dei treni per Auschwitz ci furono la propaganda, la discriminazione, l’isolamento degli ebrei. Prima dello sterminio ci fu la progressiva accettazione dell’odio nella società italiana. La persecuzione cominciò quando odiare gli ebrei smise di provocare vergogna.
E Roma conosce bene il prezzo di quell’odio. Lo ha conosciuto ancora il 9 ottobre 1982, quando un commando di terroristi palestinesi attaccò il Tempio Maggiore con bombe a mano e raffiche di mitra: le famiglie uscivano dalla Sinagoga, fu assassinato Stefano Michal Gaj Taché. Aveva soltanto due anni. Trentasette anni dopo la fine della guerra, un bambino ebreo veniva ucciso a Roma perché ebreo. Non dimentichiamo lui, la sofferenza della sua famiglia, i feriti. E non dimentichiamo odio e delegittimazione che accompagnarono quella stagione. Perché quando l’odio viene tollerato, quando il terrorismo trova giustificazioni politiche, gli innocenti ne pagano il prezzo.
Ma l’antisemitismo non appartiene solo alla storia. È tornato nelle nostre strade, nelle università, nei luoghi di lavoro, nel linguaggio quotidiano. Ha conquistato spazio nel dibattito pubblico, si è fatto più pericoloso e senza freni. Gli ebrei sono insultati, minacciati, aggrediti. Le pietre d’inciampo oltraggiate, le nostre comunità sotto protezione.
Ci viene ripetuto che tutto questo ha a che fare con Israele, con la guerra, con Gaza. Ma nessuna guerra può giustificare l’odio contro gli ebrei o diventare un lasciapassare per l’antisemitismo. Chi utilizza l’antisionismo per avallare quest’odio non esprime un’opinione politica, ma ripropone un pregiudizio antico sotto una nuova etichetta.
Il 7 ottobre 2023 abbiamo visto nuovamente ebrei assassinati nelle loro case, famiglie distrutte, ostaggi. Sono vicende storiche che non vanno sovrapposte. Ma ci ricordano quanto sia devastante un odio che arriva a negare il diritto alla vita degli ebrei in quanto ebrei.
Voglio ringraziare la Comunità di Sant’Egidio, con la quale condividiamo da tanti anni un impegno autentico per la memoria, il dialogo e la dignità della persona. E ringrazio le forze dell’ordine e i nostri professionali e volontari che ogni giorno garantiscono la nostra sicurezza. Proteggere gli ebrei significa proteggere la libertà di tutti.
Ma oggi, proprio nel giorno in cui ricordiamo il 16 ottobre, non possiamo ignorare ciò che accade nelle nostre piazze. C’è un’immagine sulla quale vorrei richiamare l’attenzione. È la bandiera di Hamas, responsabile dei massacri del 7 ottobre. Quella bandiera, come quella di Hezbollah, è oggi il simbolo di qualcosa che va oltre la guerra in Medio Oriente. È diventata, per parte dell’estremismo di piazza, il vessillo di un antagonismo radicale, di una contrapposizione permanente: dietro si raccolgono pulsioni violente che con la guerra e con Gaza hanno sempre meno a che fare. Segno di un clima di mobilitazione nel quale ogni occasione diventa un pretesto per alimentare lo scontro, aggredire carabinieri e poliziotti, seminare odio contro le istituzioni: la tragedia della guerra trasformata in strumento di lotta politica, in giustificazione ideologica della violenza, in occasione per alimentare una contrapposizione che non cerca soluzioni e non vuole la pace. Perché chi vuole davvero la pace non può esaltare chi ha fatto del terrorismo e dell’assassinio di civili la propria identità. Il 16 ottobre ci insegna anche questo: a riconoscere il momento in cui l’odio smette di essere un sentimento individuale e diventa un fenomeno collettivo, tollerato, giustificato, persino incoraggiato.
Noi ebrei di Roma siamo qui da oltre duemila anni. Non chiediamo privilegi, non chiediamo che si rinunci a discutere dei conflitti del nostro tempo. Chiediamo che nessuno debba nascondere la propria identità per sentirsi al sicuro. E rivendichiamo il diritto di non essere usati ancora una volta come bersaglio di ideologie ed estremismi. Quando la bandiera di un’organizzazione terroristica diventa il simbolo di una piazza che cerca lo scontro, il problema non riguarda più soltanto gli ebrei o Israele. Riguarda la nostra democrazia.
Una società comincia a perdere la propria libertà quando si abitua all’odio. E il significato più profondo del 16 ottobre è proprio questo: non aspettare che l’odio produca altre vittime, prima di trovare il coraggio di fermarlo.













