
La Hebrew University di Gerusalemme ha messo online le pagine del Journal of Jewish Art, divenuto successivamente Jewish Art a quasi cinquant’anni dall’uscita del suo primo volume. Le pagine della prestigiosa rivista escono così dagli scaffali delle biblioteche specialistiche e diventano accessibili gratuitamente a studiosi, studenti e lettori di tutto il mondo. Non è semplicemente la trasformazione di una raccolta cartacea in una biblioteca digitale, è la restituzione alla comunità internazionale di una parte fondamentale della memoria scientifica sull’arte e sulla cultura visiva ebraica.
Ventiquattro volumi, pubblicati tra il 1974 e il 1998, sono ora disponibili online. Gli articoli sono stati scansionati, digitalizzati e sottoposti a riconoscimento ottico dei caratteri, rendendo il contenuto ricercabile e scaricabile. Una scelta che cambia radicalmente le possibilità di consultazione: ciò che per decenni era stato accessibile soprattutto attraverso biblioteche universitarie e istituzioni specializzate può oggi essere raggiunto ovunque nel mondo con un semplice clic.
Per comprendere l’importanza dell’operazione bisogna tornare al 1974, quando Maurice Spertus e il professor Bezalel Narkiss fondarono la rivista. Era un momento particolarmente significativo per gli studi sull’ebraismo e sulla cultura materiale ebraica: l’arte ebraica cominciava a essere considerata non più soltanto come una raccolta di oggetti rituali o come un capitolo marginale della storia dell’arte europea, ma come un campo di ricerca complesso, autonomo e interdisciplinare.
Narkiss, figura centrale nella storia degli studi sull’arte ebraica, aveva intuito quanto fosse necessario costruire strumenti scientifici capaci di mettere in relazione manufatti, documenti, immagini, iscrizioni, architetture e contesti storici. La rivista nacque proprio con questa ambizione e fin dal primo numero il suo orizzonte fu internazionale.
Nel Volume 1 del 1974 comparivano studi sul Santuario all’epoca di Erode, sui disegni di Maimonide relativi al Tempio, sulle Tavole della Legge, sulla menorah a sette bracci nelle chiese cristiane, sull’iconografia ebraico-cristiana, ma anche su Jacques Lipchitz e Pablo Picasso.
È già evidente, in questo primo sommario, la grande intuizione metodologica della rivista: l’arte ebraica non può essere compresa isolandola dalle culture con cui è entrata in contatto. È forse questo uno degli aspetti più moderni dell’esperienza di Jewish Art. La rivista ha sempre studiato l’arte ebraica nella sua relazione con il mondo circostante: con l’arte cristiana e islamica, con le tradizioni locali, con gli stili dei Paesi nei quali le comunità ebraiche hanno vissuto.
Le pagine della rivista attraversano secoli e continenti. Vi si incontrano manoscritti miniati e sinagoghe, tessuti e oggetti rituali, architettura, pittura, grafica, fotografia, arte moderna e contemporanea. Ci sono studi sulla micrografia, sulle haggadot, sulle ketubbot, sulle lampade di Chanukkà, sui paramenti delle sinagoghe, sui manoscritti ebraici, sulle iscrizioni e sui programmi decorativi, sui grandi artisti. Il risultato è un enorme mosaico nel quale la storia dell’arte ebraica coincide con la storia della diaspora e con la capacità delle comunità di reinterpretare linguaggi e forme nei diversi luoghi della loro presenza.
Jewish Art è ora una biblioteca senza confini che non cancella la distanza del tempo, la rende, piuttosto, attraversabile.













