
Dove si fanno le elezioni e dove no
Mancano ormai meno di dieci giorni alle elezioni parlamentari in Israele e un’altra settimana a quelle americane di “midterm”, le quali rinnoveranno tutta la Camera, un terzo dei seggi del Senato e molti governatori degli Stati. È un momento importante non solo per i Paesi interessati, ma anche perché rientra in una serie di votazioni che coinvolgeranno ancor prima il Brasile (secondo turno decisivo delle presidenziali il 25 ottobre), poi la Spagna (29 novembre) e nei mesi successivi molti Paesi importanti, tra cui Italia, Francia, Germania, Polonia, ridisegnando gli schieramenti della politica internazionale. La prima considerazione da fare è banale ma importante: in questi Paesi e in particolare in Israele si tengono regolarmente elezioni – a differenza dell’Autorità Palestinese, dove, senza alcuno scandalo di politici e media, il “presidente” Mahmoud Abbas, eletto per un mandato di quattro anni più di 22 anni fa, ha di nuovo rinviato per decreto a tempo indeterminato la rielezione del parlamento, anch’esso a scadenza quadriennale, che fu eletto per l’ultima volta nel 2006 e poi subito sospeso nel 2007 perché la maggioranza (di Hamas) era avversa ad Abbas; la rielezione di questo parlamento fu convocata nel 2014, poi nel 2021, poi nel 2024, infine quest’anno per il 28 novembre e ogni volta annullata per decreto. Inoltre, le elezioni, in Israele come negli Usa, in Brasile e nei Paesi europei sono vere, cioè contese, a differenza delle sceneggiate precostituite già andate in scena in Russia e attese per esempio in Turchia. La differenza tra democrazie e dittature o semidittature viene spesso dimenticata dalla demagogia dominante oggi nei media, ma resta fondamentale. Anche perché elezioni vere implicano logicamente gli altri diritti politici fondamentali, come la libertà di parola e di associazione, l’indipendenza della magistratura ecc.
Votare in tempo di guerra
Le elezioni in Israele si svolgono regolarmente, per una volta non anticipate ma alla scadenza della legislatura, benché il Paese sia ancora tecnicamente in guerra. In realtà, si tratta di un momento in cui i combattimenti sono limitati. Sui fronti più caldi, a Gaza come nel Libano meridionale, sono stati stabiliti degli accordi che richiedono il disarmo dei terroristi come condizione di una sistemazione finale. Sia Hamas che Hezbollah rifiutano però di applicare questi accordi e tentano di riorganizzarsi, per cui Israele deve continuare a colpire concentrazioni di truppe, fabbriche d’armi, comandanti, fortificazioni sotterranee e a Gaza anche eliminare i responsabili del 7 ottobre e della detenzione delle persone rapite in quell’occasione. Non vi è dunque pace, ma una gestione attiva del pericolo che però non comporta grandi movimenti di truppe o rischi per la popolazione civile israeliana. Il fronte iraniano si è concentrato sul dominio dello Stretto di Hormuz e quello degli Houthi sul conflitto con l’Arabia Saudita. Israele non è più oggetto di attacchi missilistici da queste fonti ormai da parecchi mesi. Tuttavia, l’Iran si sta riarmando, con l’aiuto di Cina e Russia, sia sul piano convenzionale con la riparazione delle fabbriche di missili e droni, sia su quello nucleare, dove ormai abbondano i segni di una ripresa della corsa alla bomba atomica.
Il rischio viene dall’Iran
L’economia dell’Iran risente molto del blocco economico e soprattutto delle esportazioni navali di petrolio imposto dagli Stati Uniti, che potrebbe portare a una crisi sociale capace di scuotere finalmente le basi del regime. Vi sono dunque le premesse di una ripresa della guerra da parte dell’Iran, allo scopo di prevenire la crisi interna e magari anche di influenzare i risultati elettorali contro i nemici Trump e Netanyahu, o di un attacco preventivo americano per bloccarne il riarmo. Ciò può coinvolgere Israele, tanto come obiettivo dell’asse terrorista, quanto come primo interessato a eliminare del tutto la minaccia atomica. Sia Trump che Netanyahu hanno dichiarato di non aver intenzione di riprendere il conflitto aperto prima delle elezioni, ma le circostanze, per esempio un allarme sui preparativi di guerra iraniani, potrebbero costringerli a cambiare idea.
Cambierà la posizione internazionale di Israele?
I risultati delle elezioni in Israele potrebbero certamente comportare cambiamenti tattici, stili diversi, nuovi personaggi al timone dello Stato. Ma chi pensa o spera che un’eventuale (e al momento tutt’altro che certa) sconfitta di Netanyahu porterebbe a cambiare la situazione strategica di Israele, si illude. Innanzitutto, i sondaggi e le dichiarazioni elettorali mostrano che la grande maggioranza degli elettori pensa che resistere al terrorismo sia indispensabile e anche la grande maggioranza dei leader politici (sia pure con maggiore esitazione e minore esperienza) in sostanza propone senza dirlo esplicitamente di continuarne la politica. Ma soprattutto perché Israele non ha provocato questa guerra, ma l’ha subita (come del resto è accaduto in un modo o nell’altro per tutte le guerre precedenti, dal 1948 in poi). La guerra si è accesa perché la distruzione dello Stato ebraico e l’eliminazione dei suoi abitanti (o almeno di tutti gli ebrei che sono a tiro) sono l’obiettivo politico dichiarato delle forze islamiste, come mostra anche fra l’altro il recente caso della strage, tentata e solo per fortuna scongiurata, dell’aereo Flydubai. Il 7 ottobre, continuano a ripetere gli islamisti in Medio Oriente ma anche in Europa e negli Usa, non è stato un incidente di percorso, un eccesso di follia, ma l’esempio e il modello della loro politica. Per questo lo esaltano. È impossibile pensare che un Paese sano, non affetto dalla follia suicida che circola nelle vene malate dell’Occidente, possa rinunciare a difendersi e a cercare di eliminare i propri aspiranti carnefici. Quando se ne dimentica, com’è purtroppo accaduto con Oslo e poi con la “concezione” degli scorsi due decenni, che immaginava i terroristi sulla via della normalizzazione pacifica, purtroppo sono i nemici stessi a ricordarlo.













