
L’economia israeliana si prepara a registrare una crescita del 4,5% nel 2026, la più elevata tra i 38 Paesi membri dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE). È quanto emerge dall’ultimo aggiornamento del World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale (FMI), pubblicato a ottobre, che rivede al rialzo le prospettive economiche dello Stato ebraico nonostante le conseguenze di tre anni di guerra.
La nuova stima segna un miglioramento significativo rispetto alle previsioni di luglio, quando il Fondo indicava una crescita del 3,5%. Per il 2027, l’istituzione prevede un’ulteriore espansione del prodotto interno lordo pari al 4,4%. Secondo le proiezioni riportate, Israele si colloca davanti a economie come Danimarca e Polonia, mentre la Francia (+ 0,4%) e l’Irlanda (-1,0%) figurano rispettivamente nella penultima e nell’ultima posizione della classifica OCSE. Il dato assume particolare rilievo alla luce delle difficoltà affrontate dall’economia israeliana dal 7 ottobre 2023: dalle ingenti spese per la difesa alle ripercussioni del conflitto sul mercato del lavoro, fino alle difficoltà di reclutamento incontrate da diversi settori produttivi. Il miglioramento delle stime segnala una prospettiva di ripresa più robusta del previsto.
Anche gli altri indicatori macroeconomici delineano un quadro relativamente favorevole. Il FMI prevede un’inflazione dell’1,8% nel 2026, destinata a salire moderatamente al 2% nel 2027. Il tasso di disoccupazione dovrebbe attestarsi al 3,1% quest’anno e al 3,2% il prossimo. Positivo anche il saldo delle partite correnti, stimato all’1,1% del PIL nel 2026 e all’1,7% nel 2027.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha commentato le nuove previsioni con una breve dichiarazione: “Ancora buone notizie”.
Il quadro economico delineato dal FMI evidenzia un divario marcato tra Israele e diversi altri Paesi della regione, in particolare quelli maggiormente esposti alle conseguenze del conflitto e alle perturbazioni dei flussi energetici. La situazione più critica è quella dell’Iran. Dopo una contrazione dello 0,9% nel 2025, il PIL iraniano dovrebbe diminuire del 7,6% nel 2026, mentre l’inflazione potrebbe raggiungere il 78,6%. Per il 2027 è atteso un recupero parziale della crescita, pari al 3,6%, accompagnato tuttavia da un’inflazione ancora molto elevata, stimata al 42%. Pesanti contrazioni sono previste anche per diversi esportatori di petrolio del Golfo. Secondo le stime riportate, l’economia dell’Arabia Saudita dovrebbe arretrare del 3,3% nel 2026, prima di rimbalzare del 7,9% l’anno successivo. Per gli Emirati Arabi Uniti è prevista una contrazione del 3,9%, seguita da una crescita del 7,7% nel 2027.
Tra i fattori che pesano sulle prospettive regionali figura la crisi dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale transitava, prima dell’inizio del conflitto, circa un quarto del petrolio trasportato via mare a livello globale. Il FMI sottolinea che lo shock sull’offerta è stato in parte contenuto dalla possibilità di reindirizzare alcune forniture verso porti alternativi e dall’aumento della produzione al di fuori del Golfo, cresciuta di circa due milioni di barili al giorno.













