
Il popolo ebraico rappresenta circa lo 0,2% della popolazione mondiale: su oltre otto miliardi di persone sulla Terra, soltanto 16 milioni circa sono ebree. Eppure, personalità di origine ebraica hanno ottenuto finora il 22% dei premi Nobel totali e il 26% di quelli in ambito scientifico, con una concentrazione straordinaria nella medicina e, soprattutto, nella fisica.
Ritengo in particolare, da fisico nucleare di formazione con una profonda passione per la filosofia e la storia, che nessuna disciplina intellettuale di rilevanza universale abbia mai visto un contributo così determinante da parte di una minoranza culturale come quello offerto dall’ebraismo alla fisica del Novecento (un fenomeno analogo sembra stia avvenendo poi oggi nel campo dell’Intelligenza Artificiale). Questo concorso prodigioso di intelligenze resterà impresso nella memoria storica del sapere umano.
I dati, in generale, parlano chiaro: agli studiosi di origine ebraica – tra cui appunto moltissimi fisici – sono stati assegnati anche il 38% delle medaglie conferite dalla ‘National Academy of Sciences’ degli Stati Uniti, il 33% dei ‘Wolf Prize’ e il 24% dei ‘Kyoto Prize’, due tra i riconoscimenti internazionali più prestigiosi al mondo nelle scienze, nelle arti e nella tecnologia.
Di fronte a cifre simili, la domanda sorge spontanea: come si spiega una tale concentrazione di risultati?
Occorre innanzitutto sgombrare il campo, come provo a mostrare anche nel mio saggio ‘Gli ebrei e la cultura’, da spiegazioni di matrice biologica o pseudo-razziale, ipotesi in ogni caso respinte dalla grande maggioranza della comunità scientifica. Sebbene si possano identificare singoli tratti genetici condivisi all’interno in particolare delle comunità sefardite (originarie della Spagna e del Portogallo) o ashkenazite (originarie dell’Europa centrale e orientale), la storia genetica dell’ebraismo è complessa e frutto di secolari migrazioni e integrazioni con popolazioni diverse, come ha brillantemente illustrato, tra gli altri, Bernard-Henri Lévy.
La biologia moderna e la genetica delle popolazioni ci insegnano che il concetto stesso di ‘razza’, nel caso della nostra specie, è un’astrazione priva di fondamento scientifico, nata da un’errata interpretazione di lievi differenze somatiche. L’intera umanità appartiene a un’unica e giovane specie, originatasi in Africa appena 200.000 anni fa. Noi umani siamo una specie estremamente giovane e proveniamo da un gruppo molto piccolo che, dall’Africa appunto, si è spostato poi in tutto il resto del mondo. È impossibile, sotto il profilo biologico, identificare con sicurezza assoluta un individuo sulla base di qualsivoglia marcatore genetico.
Di conseguenza, il presunto ‘talento innato’ (predisposizione sicuramente presente nel singolo studioso che ottiene un Nobel!) è un potenziale statisticamente distribuito in modo uniforme in ogni gruppo umano.
L’eccezionale contributo ebraico alla conoscenza non risiede dunque tanto nei geni quanto nell’ambiente: è ovvero il frutto di una specifica e millenaria costruzione culturale.
Ripercorrendo la letteratura sull’argomento, si possono individuare cinque fattori principali, storici e concettuali, che hanno alimentato questa ininterrotta tensione verso il sapere.
1. Il culto dello studio. L’amore per la conoscenza – inizialmente legato alla sfera religiosa e poi esteso a quella secolare – è un tratto fondativo della società ebraica. Già secoli prima dell’era volgare, l’accesso diretto ai testi sacri e la loro interpretazione rappresentavano un dovere e un valore condiviso per ogni membro della comunità.
2. L’analisi critica e la discussione razionale. Il confronto rigoroso e l’esercizio del dubbio sono il vero cuore pulsante dell’ebraismo. È una civiltà che ha fatto dell’arte di porre domande e del dibattito interno continuo la propria cifra identitaria.
3. Lo spirito di adattamento e l’ingegno creativo. Di fronte a persecuzioni e discriminazioni, la diaspora ha spesso imposto la via della migrazione. In questo contesto, l’attitudine all’azione, all’invenzione e all’eccellenza intellettuale è diventata uno strumento essenziale di legittima difesa e di sopravvivenza, trasformando le avversità ambientali in uno stimolo costante per l’ingegno.
4. Il ruolo centrale della figura femminile. Storicamente, la società ebraica ha riconosciuto alle donne una centralità e uno spessore culturale senza pari nel panorama dell’antichità e dell’età moderna, garantendo una trasmissione dei valori intellettuali solida ed estesa all’intero nucleo familiare.
5. La sintesi tra fede e razionalità. La tradizione ebraica ha sempre coltivato una visione del mondo capace di integrare la dimensione spirituale con il pensiero filosofico e scientifico. Fin dall’antichità, molti pensatori ebrei sono riusciti a far dialogare la fede con l’indagine razionale, aprendo la strada a intuizioni e innovazioni rivoluzionarie in molteplici campi del sapere.
Il primo fattore forse rimane a mio avviso il più peculiare. Nell’antichità, infatti, nessun’altra cultura aveva una norma simile a quella che imponeva, come requisito di appartenenza per i propri seguaci, l’obbligo di mandare i bimbi in Sinagoga ad imparare, per prima cosa, a leggere. E mettere al primo posto dei propri intendimenti l’istruzione dei figli richiedeva spesso molti sacrifici da parte dei genitori. Ce lo ricorda anche l’umorismo ebraico, con l’ormai proverbiale auspicio della mamma ebrea che, sull’onda di questa lunga tradizione, dice ai propri figli: “Dopo tutto quello che abbiamo fatto per voi, è troppo chiedervi un Nobel?”.













