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    Cultura

    Quando la paura cambia lo sguardo

    Ayelet Gundar-Goshen presenta il suo nuovo romanzo, “Ospiti”

    Nel 2015, durante quella che venne definita l’“intifada dei coltelli”, mi è capitato un episodio che ancora oggi ricordo con una certa inquietudine. Ero entrata a fare la spesa dal negoziante arabo sotto casa. Erano in due, uno dei quali aveva in mano un coltello. Per un istante ho pensato, istintivamente, che se avesse voluto avrebbe potuto uccidermi in pochi secondi. Quel coltello serviva semplicemente a tagliare le foglie dure delle verdure. La cosa che mi colpì allora, più ancora della paura, fu ciò che pensai subito dopo, chiedendomi perché avessi associato proprio a quell’uomo la possibilità di una violenza così estrema. Perché, vedendo un coltello nelle sue mani, avevo smesso per un istante di vedere un commerciante intento al suo lavoro e avevo visto un possibile terrorista? Mi sentii in colpa.
    È precisamente dentro questa zona fragile e inquietante che si muove Ospiti, il nuovo romanzo di Ayelet Gundar-Goshen, in uscita per Neri Pozza il 6 ottobre.
    La storia comincia a Tel Aviv, nell’appartamento di Naomi, sola con il figlioletto Uri, mentre il marito è al lavoro. In casa c’è anche un operaio arabo che sta ristrutturando il balcone. La sua presenza mette Naomi a disagio. Dopo poche pagine impiegate dall’autrice per descrivere la situazione di disagio in cui si sente la protagonista con un estraneo in casa, accade l’irreparabile. Un adolescente viene ucciso in strada da un martello precipitato dall’alto. Naomi comprende subito ciò che è successo: il martello è stato spinto dal balcone dal suo bambino, in un suo momento di distrazione, l’operaio è inequivocabilmente innocente perché in quel momento era in bagno. Ma nessuno lo sa e viene immediatamente accusato sotto il drammatico silenzio di Naomi.
    Ed è da questo silenzio che comincia tutto.
    Il primo elemento che colpisce è il senso di colpa di cui si parlava in precedenza. Ma non è soltanto il senso di colpa individuale di una madre che sa di essere stata, almeno in parte, responsabile di ciò che è accaduto. È qualcosa di più complesso, è il senso di colpa che nasce quando una persona comprende che la propria paura, il proprio silenzio, il proprio bisogno di proteggere sé stessa e il proprio figlio possono avere conseguenze sulla vita di qualcun altro.
    Gundar-Goshen non costruisce però una protagonista semplicemente colpevole. Costruisce una donna dentro una situazione nella quale le categorie morali diventano improvvisamente instabili. Che cosa siamo disposti a fare quando abbiamo paura? Quanto può cambiare il nostro comportamento quando pensiamo che la nostra sicurezza sia minacciata? E fino a che punto la responsabilità individuale può essere separata dal clima collettivo nel quale viviamo?
    Sono tutte domande che appartengono profondamente alla scrittura di Gundar-Goshen. In Svegliare i leoni, un medico israeliano investe accidentalmente un migrante eritreo e fugge, dando origine a una catena di menzogne e responsabilità sempre più difficili da governare. Anche lì una singola decisione, presa in una frazione di secondo, modifica radicalmente la vita del protagonista.
    In Bugiarda, invece, un equivoco iniziale si trasforma in una falsa accusa e poi in una spirale di menzogne che coinvolge tutti i protagonisti. La bugia, come accade in Ospiti, non rimane mai confinata a chi la pronuncia ma produce conseguenze, altera le relazioni, modifica la realtà stessa. E in Dove si nasconde il lupo la paura assume una dimensione ancora più esplicitamente collettiva.
    Ma a differenza dei romanzi sopra citati, in Ospiti la paura non viene inoculata come conseguenza di un avvenimento. La paura è già radicata dentro Naomi. Ed è forse questo l’aspetto più inquietante del romanzo perché la protagonista associa immediatamente l’altro al pericolo. È una reazione umana, comprensibile, ma proprio per questo pericolosa.
    E qui il romanzo tocca un punto delicatissimo del nostro presente. Dopo il 7 ottobre 2023, per molti israeliani e per molte comunità ebraiche nel mondo, la percezione della vulnerabilità ha assunto una dimensione nuova. La violenza ha dimostrato ancora una volta quanto rapidamente una situazione possa precipitare e quanto profondo possa essere il trauma quando la sicurezza che si dava per acquisita viene improvvisamente meno. Ma il trauma collettivo non modifica soltanto ciò che ricordiamo, può modificare anche il modo in cui guardiamo ciò che abbiamo davanti.
    Una società che vive a lungo dentro una condizione di minaccia può diventare più vigile, più attenta, più pronta a riconoscere un pericolo. Ma può anche diventare una società nella quale il sospetto precede la conoscenza. E allora un coltello può essere, nello stesso istante, un’arma e uno strumento per tagliare una verdura. La differenza non sta necessariamente nell’oggetto, sta nello sguardo di chi lo osserva. Eppure, dopo anni di attentati e di minacce, quanto è davvero irrazionale quello sguardo? Proprio ieri, su un volo Flydubai diretto da Dubai a Tel Aviv, alcuni passeggeri sono intervenuti dopo che il copilota aveva aggredito e accoltellato il comandante, contribuendo a impedire una possibile tragedia. E il 7 ottobre ha mostrato in modo drammatico quanto possa essere pericoloso abbassare la soglia di allerta.

    Tornando al romanzo di Gundar-Goshen, il suo merito è quello di non offrirci una risposta rassicurante. La sua narrativa mette il lettore nella posizione scomoda di chi deve chiedersi non che cosa avrebbe dovuto fare il protagonista, ma che cosa avrebbe fatto lui. A me ha fatto riemergere quel ricordo del 2015.
    E poi c’è il titolo, Ospiti, che acquista una risonanza ulteriore. Chi è davvero l’ospite? L’operaio che entra nella casa di Naomi? L’estraneo che viene guardato con diffidenza? La paura che entra nella nostra vita e finisce per occupare uno spazio che non le avevamo destinato? O siamo noi stessi ospiti di una realtà che, quando la paura prende il sopravvento, non riconosciamo più?
    Sono interrogativi che sarà particolarmente interessante affrontare direttamente con l’autrice e lo faremo in anteprima lunedì 5 ottobre alle ore 18, alla Casa delle Letterature di Roma. Ayelet Gundar-Goshen presenterà Ospiti e dialogherà con la giornalista e scrittrice Elisabetta Fiorito (ingresso libero, fino a esaurimento dei posti).
    Sarà soprattutto l’occasione per incontrare una scrittrice che, romanzo dopo romanzo, ha scelto di raccontare il conflitto non soltanto attraverso gli eventi che lo producono, ma attraverso le trasformazioni intime che quegli eventi provocano nelle persone.

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