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    ISRAELE

    Le lezioni dell’attentato al volo Dubai-Tel Aviv

    Eroismo e fortuna

    Il gravissimo attentato aereo di ieri sul volo flydubai da Dubai a Tel Aviv è finito senza vittime solo per una combinazione di eroismo e fortuna: l’eroismo del comandante indiano del volo Smit Machchhar, che ha resistito all’attacco del secondo pilota omanita e, benché accoltellato, è riuscito ad aprire la porta blindata della cabina prima di collassare; quello degli israeliani Yaniv, Assaf e Tzvika, per citare solo i loro nomi, che sono entrati nella cabina di pilotaggio e hanno sopraffatto a mani nude l’attentatore, armato non si sa ancora se di coltello o di ascia; la fortuna che giovani israeliani addestrati al combattimento fossero in prima fila, che uno di loro avesse imparato sul pilotaggio aereo da un film abbastanza per fermare la brusca perdita di quota, che stava già distruggendo l’aereo, e quella di avere a bordo dei piloti di riserva che hanno potuto far atterrare l’aereo anche se danneggiato. Tutto questo ha evitato una strage che sarebbe stata terribile anche se avesse riguardato solo i passeggeri (circa 175 israeliani di cui una trentina di bambini), ma che probabilmente nei piani dell’attentatore avrebbe dovuto provocare anche vittime a terra, sul modello dell’11 settembre: quando è iniziata la sua azione l’aereo distava solo alcune decine di chilometri da Tel Aviv e se nessuno l’avesse fermato avrebbe potuto abbattersi su uno dei suoi grattacieli, magari su quello del ministero della difesa, la Torre Matkal nel quartiere della Kiryà. Il che sarebbe stato, nelle intenzioni dell’attentatore, una ripetizione ancora più iconica dell’attacco terroristico del 7 ottobre, di cui a giorni ricorre l’anniversario.

    Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu incontra Yaniv Hayun, uno degli israeliani che ha aiutato a bloccare un copilota della flydubai che avrebbe cercato di dirottare e far schiantare un aereo pieno di israeliani, al rientro dei passeggeri all’aeroporto Ben Gurion il 30 settembre 2026.


    Un grave problema di sicurezza a Dubai

    L’attentato fallito merita di essere indagato attentamente. Lo stanno facendo i servizi di sicurezza israeliani ed emiratini e (non si sa quanto efficacemente) anche la magistratura saudita, che detiene l’attentatore e ha ricoverato in ospedale il comandante. Ma qualche riflessione si può fare anche da lontano. La prima è questa: fra Israele e Dubai c’è un traffico intenso (flydubai gestisce cinque voli al giorno in entrambe le direzioni) e l’aeroporto internazionale di Dubai è uno degli hub più importanti del mondo. Ma la sua sicurezza evidentemente non funziona. Non molto tempo fa i servizi israeliani avevano proibito al vettore nazionale El Al di continuare a svolgere i voli con gli Emirati proprio perché non erano ritenuti adeguati gli standard di sicurezza. Ora El Al li riprende in emergenza, perché flydubai è stato bloccato per una settimana e ci sono numerosi israeliani da riportare a casa non solo dagli Emirati, ma dall’Africa e dall’Estremo Oriente. Ma l’insicurezza resta grave: l’attentatore si è portato un’arma da taglio in aereo e ciò significa quantomeno che i controlli sugli equipaggi in quell’aeroporto sono pericolosamente rilassati, ma forse anche che vi può essere una rete di complicità terroristica capace di agire di nuovo. Inoltre, anche se non sappiamo nulla del primo ufficiale attentatore – neanche il suo nome, solo la sua provenienza dall’Oman – è naturale chiedersi se vi siano stati accertamenti adeguati sul suo passato, e naturalmente anche su quello di tutti i suoi colleghi. È improbabile che qualcuno possa radicalizzarsi al punto da tentare un attentato suicida da solo e senza contatti, dunque senza lasciare tracce. Il che di nuovo implica un’insufficienza nei controlli per un mezzo di trasporto come un aereo di linea, che è maneggiato da sole due persone mentre deve garantire la sicurezza di centinaia di persone e inoltre costituisce un’arma terribile, come ci hanno insegnato le Twin Towers di New York. Con la differenza che questa volta l’attentato non è venuto da dirottatori infiltrati fra i passeggeri, ma dai comandi stessi dell’aereo.

    Chi ha commissionato l’attentato?

    Ma se l’attentatore non si è radicalizzato da solo, non è probabilmente un “lupo solitario”, come probabilmente non lo sono stati la maggior parte degli autori degli attentati islamisti di strada degli scorsi anni in Europa e ovviamente in Israele, bisogna chiedersi chi lo controllava. E qui la risposta è abbastanza facile. Se, come diversi hanno suggerito in Israele, l’attentato ha dietro un attore politico importante, il responsabile non può che essere l’Iran o (meno probabilmente) un soggetto comunque dipendente dall’Iran (Hamas, Hezbollah, Houthi) o impegnato a sostenerlo (i talebani, i servizi segreti pakistani, molto improbabile). Solo costoro al momento attuale hanno le reti; la volontà politica, cioè l’odio fanatico per Israele; il disprezzo per la legalità internazionale e la reazione occidentale, che servono per allestire un crimine del genere. Bisogna ricordare che il giorno prima dell’attentato Netanyahu si era recato negli Emirati per un incontro – il primo annunciato pubblicamente nella storia- non solo con il presidente emiratino Mohamed bin Zayed al Nahyan, ma anche con diversi alti funzionari di Stati arabi, dalla Libia fino a forse l’Arabia Saudita, la quale però ha prudentemente smentito la partecipazione. Che il 7 ottobre sia stato scatenato tre anni fa per impedire la normalizzazione fra Israele e il mondo arabo e l’estensione degli “Accordi di Abramo” è un fatto noto e confermato anche dalle carte sequestrate nei nascondigli di Hamas. Una strage compiuta su un aereo degli Emirati in circostanze che sarebbe stato molto difficile ricostruire dopo un’esplosione, avrebbe probabilmente condotto a una crisi dei rapporti fra Israele ed Emirati. È probabile che l’obiettivo politico dell’attentato fosse proprio questo.

    L’antisemitismo e la vita ebraica

    Vale infine la pena di considerare questa vicenda dal punto di vista politico e morale più vicino a noi. Le prime stragi moderne in terra di Israele che hanno colpito gli ebrei in quanto ebrei risalgono agli anni Venti del Novecento (Gerusalemme, Hebron, Safed) e da allora non si sono mai fermate, fino al 7 ottobre e a questo nuovo episodio per fortuna abortito. Continua insomma da cent’anni una caccia all’uomo che riprende forme, temi e obiettivi del nazismo e prima delle persecuzioni religiose. Solo difendersi con la forza, come è accaduto dopo il 7 ottobre e in maniera ridotta ma decisiva anche sull’aereo, garantisce la vita ebraica in Israele e altrove. Oggi tutti gli ebrei del mondo che si riconoscono nel proprio popolo sentono sul collo questa caccia e non sempre (ma in Italia oggi certamente sì) possono fidarsi dello Stato che li ospita per avere la garanzia di vita e di libertà cui tutti i cittadini hanno diritto. Tuttavia, ci sono intellettuali, giornalisti, politici, che in Italia si oppongono a una legge sull’antisemitismo perché condannerebbe anche l’odio per gli israeliani, che sono la metà degli ebrei del mondo, più minacciati di tutti gli altri. Il pretesto è che gli israeliani si difendono e dato che impediscono la propria distruzione sarebbero “genocidi”. Voci di questi ambienti che abbiano condannato questo nuovo tentativo di strage non se ne sono sentite, o quasi. Senza questo “antisionismo” che è antisemitismo, non sarebbe stato possibile questo attacco e forse neanche il 7 ottobre.

    Foto in copertina: “A6-FDG Boeing 737 Fly Dubai”
    di Alan Wilson
    / CC BY-SA 2.0.
    (Opera modificata: ritaglio dell’originale)

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