
Alla fine di questa parashà, nel suo discorso di commiato, Moshè esorta i figli d’Israele a ricordare che la teshuvà è alla portata di tutti, con queste parole: “Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo, perché tu dica: «Chi salirà per noi in cielo, per prendercelo e farcelo udire, affinché possiamo eseguirlo?». Non è di là dal mare, perché tu dica: «Chi attraverserà per noi il mare, per prendercelo e farcelo udire, affinché possiamo eseguirlo?». Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica” (Devarìm, 30, 11-14).
Le parole “non è nel cielo” (Lo ba-shmayim hi) sono particolarmente significative perché furono usate durante la disputa tra r. Ei’ezer e r. Yehoshua’ nel trattato Bavà Metzià (59b): “I Saggi insegnarono: In quel giorno, quando discussero della questione, Rabbi Eli’ezer addusse tutte le argomentazioni possibili al mondo a sostegno della propria opinione, ma i Maestri non accettarono le sue spiegazioni. Una Voce Divina giunse dal Cielo e disse: «Perché dissentite da Rabbi Eliezer? La halakhà è conforme alla sua opinione ogni volta che egli si pronuncia». Rabbi Yehoshua’ si alzò in piedi e disse: «È scritto: Non è nel cielo» (Devarìm, 30:12). La ghemarà si interroga: «Qual è la rilevanza dell’espressione Non è nel cielo in questo contesto?». Rabbi Yirmeyà afferma: «Poiché la Torà è già stata donata sul Monte Sinai, non teniamo conto di una Voce Divina; infatti, Tu hai già scritto sul Monte Sinai, nella Torà: Bisogna seguire la maggioranza»” (Shemòt, 23:2)”.
Barukh Halevi Epstein (Belarus, 1860-1941) in nel suo commento Torà Temimà a questo versetto afferma che non si presta attenzione neppure a una voce che scende dal cielo contro la maggioranza dei Maestri, perché è reso esplicito nella Torà che nelle discussioni tra i Maestri la halakhà deve seguire l’opinione della maggioranza. E aggiunge che non si presta attenzione a una voce che scende dal cielo neppure in una discussione tra due maestri perché la “Torà non è in cielo”. Il principio che la Torà non è in cielo vale anche quando un profeta parla di halakhà. Infatti il Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) nel Mishnè Torà (Hilkhòt Yesodè ha-Torà, 9:1) afferma esplicitamente che un profeta non può più aggiungere un nuovo precetto [alla Torà] perché “non è in cielo”. E così pure un profeta che afferma come profezia che la halakhà segue l’opinione di una parte è considerato un falso profeta perfino se fa miracoli.
Joseph Beer Soloveitchik (Belarus, 1903-1993, Boston) in Mesoras Harav (p. 242) nel suo commento a “non è in cielo” afferma che “L’uomo halakhico non resta in attesa della rivelazione della verità e dell’ispirazione dello spirito; non va alla ricerca di parossismi trascendentali ed estatici, né di esperienze frenetiche che gli sussurrino all’orecchio presagi di un altro mondo. Non ha bisogno di miracoli o prodigi per comprendere la Torà. Si accosta al mondo della Halakhà con la mente e l’intelletto, proprio come l’uomo dotato di facoltà cognitive si accosta al regno naturale. Poiché fa affidamento sul proprio intelletto, vi ripone la sua fiducia[…]; la sua comprensione personale è in grado di risolvere i problemi più ardui e complessi. Egli si batte per ogni singolo dettaglio della Halakhà, mosso non solo da profonda devozione, ma anche da un appassionato amore per la verità”.
Soloveitchik cita anche la ghemarà nel trattato ‘Eruvìn (55a) dove le parole “non è in cielo” vengono interpretate dai Maestri per insegnare che la Torà non la si trova tra le persone arroganti. “L’umiltà è la condizione sine qua non dello studio. Uno studente non deve mai vergognarsi di fare domande anche se lo può esporre al ridicolo. […]. Umiltà significa consapevolezza della propria ignoranza, necessità di autocritica, sincerità, indifferenza verso l’opinione pubblica[…]. Inoltre, aggiunge r. Soloveitchik, [lo studente deve] “riconoscere l’autorità dell’insegnante. L’apprendimento, oltre al suo aspetto intellettuale, è un atto che coinvolge la volontà e le emozioni. Occorre essere decisi a trarre beneficio dal rapporto con il proprio maestro; in mancanza di tale determinazione, la brillantezza intellettuale è inutile”.
R. Joseph Pacifici (Firenze, 1928-2021, Modiin Illit), spiega che “non è in cielo” significa che la Torà è alla portata di tutti. E chi la vuole imparare riceverà l’aiuto necessario dal cielo.













