
La prima domanda che D-o rivolge all’uomo nella Torah è una non domanda. «Ayèkka», «dove sei?» è pronunciata da Chi sa perfettamente dove si trova Adamo, accovacciato tra gli alberi del giardino con una cintura di foglie. D-o conosceva il luogo in cui si trovava, ma decide di parlare con lui. Non un interrogatorio, dunque, ma un’apertura; non un tribunale, ma una chiamata alla responsabilità. Non «dimmi cosa hai fatto», bensì «vieni fuori, io sono qui, voglio parlare con te, non temere».
È una lettura che rovescia ciò che crediamo di sapere sul peccato e sulla colpa. L’uomo si nasconde prima ancora di essere accusato; si nasconde perché ha paura, è la paura che precede una sentenza. La voce che lo cerca non lo punisce, ma gli restituisce una posizione. Rispondere ad Ayèkka non significa giustificarsi, significa tornare a esistere davanti a qualcuno. La responsabilità, nel racconto di Bereshit, non nasce da una regola infranta, ma dall’essere chiamati a rispondere del proprio errore e superarlo, se possibile, attraverso un confronto.
Mi è tornata in mente questa scena osservando il paesaggio in cui viviamo oggi, quel continente digitale dove le notizie false circolano più rapidamente di quelle vere e dove l’origine di un contenuto è spesso irrintracciabile. Si è discusso molto, e giustamente, della menzogna che vi prolifera. Ma forse il problema più profondo non è la menzogna: è il nascondiglio. Internet ha costruito un cespuglio collettivo, un giardino di foglie dietro cui chiunque può stare senza che nessuno gli chieda dove sia. Il profilo anonimo, l’account senza volto, la catena di condivisioni senza autore non tolgono le regole, tolgono l’interlocutore. Nessuno dice «Ayèkka» a un avatar, e l’avatar non ha nessuno a cui rispondere. Si può mentire senza nascondersi, ma non ci si può nascondere senza, prima o poi, smettere di rispondere. Da qui nasce anche la responsabilità di chi rende possibile questo nascondiglio. Quando mancano regole e trasparenza, la responsabilità ricade sui regolatori, che troppo spesso, attratti da un consenso compiacente, vengono meno alla loro funzione più importante.
Così la responsabilità evapora non perché le persone siano diventate peggiori, ma perché è scomparsa la voce che le cercava. Adamo non poteva non avere contezza di essere cercato. L’uomo delle reti sociali può restare nascosto per sempre, e questa assenza di chiamata è forse la forma più sottile di solitudine del nostro tempo: una moltitudine di nascosti che nessuno chiama per nome, liberi di tutto tranne che di essere trovati. Ma questo delirio di onnipotenza ha un prezzo: la solitudine.
Se si guarda all’intelligenza artificiale, invece, la vorrei sottrarre al tono dell’allarme. Non credo che si debba temere la macchina in sé: è uno strumento, e gli strumenti hanno sempre accompagnato la trasmissione del sapere, dalla penna del sofer alle pagine stampate del Talmud di Vilna. Ciò che merita inquietudine è un’altra cosa: ciò che ci viene tenuto nascosto. Sistemi che vedono tutto di noi, le nostre domande, le nostre esitazioni, i nostri desideri, mentre noi non vediamo nulla di loro, dei criteri con cui scelgono, ordinano, omettono. Qui si compie un’inversione esatta della scena del giardino. Lì era l’uomo a nascondersi da Dio; qui è la macchina a nascondersi dall’uomo. Non dietro foglie di fico, ma dietro l’opacità di un algoritmo. E l’uomo, che nel giardino era cercato, si ritrova a essere soltanto osservato: conosciuto senza essere chiamato.
La paura, anche in questo caso, non è il problema. Adamo aveva paura, e la paura gli fece cercare un riparo. Anche noi, spaventati, cerchiamo foglie: filtri, deleghe, risposte pronte che ci risparmino la fatica di rispondere in prima persona. Ma la tradizione ci insegna che la paura non si cura con un nascondiglio migliore. Si cura con una voce che ci cerca e con il coraggio di venire allo scoperto, rispondendo con la propria voce e non con quella prestata.
Resta allora una domanda che non voglio chiudere. Se la prima parola di Dio all’uomo fu una chiamata alla presenza, chi pronuncerà oggi quell’Ayèkka, nel giardino digitale? Chi chiederà ai sistemi che ci governano, e a chi li costruisce, di uscire dall’ombra e dire dove sono? E soprattutto: quando la domanda ci raggiungerà, sapremo ancora riconoscere la nostra voce?
Foto: Twice25 via Wikimedia Commons (CC BY 3.0) – Ritagliata rispetto all’originale.













