
Le minacce dei naziskin ai giovani ebrei italiani in Bulgaria hanno prodotto un tripudio di condanne, unanimi e immediate, che non lasciano alcuno spazio ad interpretazioni personali, ma che lanciano un messaggio netto e molto chiaro: nessuna tolleranza per l’odio antisemita. Tutto l’arco costituzionale è stato sin da subito solidale, la stampa ha dato grande rilevanza alla questione, come se in quel momento tutti avessero percepito la stessa urgenza, e avessero sentito una sconfinata indignazione. Ed è giusto così.
Proprio per questo colpisce il silenzio che accompagna oramai da molto tempo episodi analoghi, di violenza verbale, esclusione, messa al bando, avvenuti in Italia: turisti israeliani respinti da strutture ricettive, cartelli ostili, insulti a chi parla ebraico o viene identificato come israeliano, studenti ebrei che vivono un clima di grande pressione nelle scuole e nelle università, ebrei italiani chiamati a prendere le distanze da Israele quasi fosse il prezzo della propria accettazione.
Si evoca spesso la guerra tra Israele e Gaza come giustificazione, ma nessuna guerra può rendere legittima la discriminazione di una persona per il suo passaporto o la sua identità. E dire “non ce l’ho con gli ebrei, ma con gli israeliani” non rende quella discriminazione più perdonabile: la rende soltanto più presentabile, capace di travestirsi da posizione politica invece che da odioso pregiudizio.
Se l’indignazione fosse davvero condivisa, dovrebbe tradursi in qualcosa di più di una dichiarazione: dovrebbe farsi legge, perché questo è lo strumento che politica e vita civile offrono per passare dalle parole ai fatti. Ma è proprio quando il Parlamento discute una legge contro l’antisemitismo che quell’unità si sgretola, e l’astensione di una parte politica finisce per essere la traduzione, in aula, dello stesso silenzio osservato fuori da essa.
Il problema, in fondo, è anche linguistico, ed è proprio nel linguaggio che trova il modo di eludere ogni soluzione. Da anni l’antisionismo funziona come una scorciatoia semantica: permette di esprimere ostilità verso gli ebrei senza doverla chiamare con il suo nome, perché si presenta come critica politica a uno Stato e non come pregiudizio verso un popolo. Finché continueremo a trattare questo tipo di odio come una categoria distinta — e in qualche modo più rispettabile — dell’antisemitismo tradizionale, gli lasceremo sempre una via di fuga: il modo per non chiamare le cose con il loro nome, e per farle passare per superiorità morale invece che per quello che sono.














