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    ITALIA

    Un paese che si è assolto non riconosce l’odio quando ritorna

    Le radici dell’antisemitismo italiano di oggi, a partire dall’analisi di Roger Abravanel sul confronto tra Italia e Germania

    Ci sono numeri che valgono un’intera analisi. Nelle settimane successive al 7 ottobre 2023, il 62 per cento dei tedeschi sosteneva la risposta militare israeliana ad Hamas; in Italia la giudicava giustificata il 18 per cento, il dato più basso d’Europa. Il 25 aprile 2026, a Milano, la Brigata Ebraica — che combatté davvero per liberare l’Italia — è stata assediata per ore al grido di “saponette mancate” e scortata fuori dal corteo dalla polizia in assetto antisommossa. In Germania, osserva Roger Abravanel in una recente e lucidissima analisi comparata, tutto questo sarebbe semplicemente impensabile. La domanda che il suo testo ci consegna è quella giusta: perché proprio l’Italia è diventata il terreno europeo più fertile per la propaganda anti-israeliana? La risposta non sta nella cronaca mediorientale. Sta in casa nostra, e viene da lontano.

    La prima radice è la memoria, o meglio la sua contraffazione. La Germania ha costruito la propria identità democratica sulla Vergangenheitsbewältigung, l’elaborazione della colpa: un processo doloroso e mai concluso, dal processo di Francoforte del 1963 in avanti, che ha imposto ai tedeschi di riconoscersi non come vittime del nazismo ma come sua matrice. L’Italia ha percorso la strada opposta: la Resistenza è diventata il mito fondativo della Repubblica e, nel mito, la nazione intera si è identificata con i partigiani, delegando la colpa “agli altri”. Così sono scivolate ai margini del racconto nazionale tre verità documentate: le leggi razziali del 1938 furono un prodotto interamente italiano, scritte da giuristi italiani e applicate da funzionari italiani nel silenzio quasi totale delle élite; la caccia all’ebreo dopo l’8 settembre fu resa possibile da delatori, questori e prefetti italiani, e le liste del 16 ottobre 1943 venivano dai censimenti italiani del 1938; l’amnistia del 1946 e la mancata epurazione garantirono la continuità dello Stato e, con essa, la continuità del silenzio. Il mito degli “italiani brava gente”, smontato dalla storiografia ma mai dal senso comune, ha prodotto un effetto paradossale: un paese convinto di non essere mai stato antisemita non ha sviluppato gli anticorpi per riconoscere l’antisemitismo quando ritorna con parole nuove. Abravanel ricorda un dato che non viene mai citato: partendo dalla popolazione ebraica presente prima delle persecuzioni, l’Italia deportò circa il 13 per cento dei propri ebrei, la Germania circa il 30. Un divario reale, ma molto più piccolo di quanto il racconto nazionale lasci intendere. La memoria tedesca è un allarme permanente; quella italiana è un certificato di buona condotta.

    La seconda radice è la formazione. Nella scuola il Giorno della Memoria è scivolato, in troppi casi, verso il rito: una commozione sulle vittime che non richiede alcuna domanda sui carnefici italiani né sui meccanismi del pregiudizio. La commozione senza conoscenza si esaurisce nella giornata stessa. Nell’università il fenomeno è più insidioso, perché non è omissione ma costruzione attiva: in molti dipartimenti il sionismo viene insegnato attraverso la griglia del settler colonialism — non il movimento di liberazione nazionale di un popolo perseguitato, ma un progetto coloniale europeo da decostruire. È un’operazione concettuale precisa: sposta Israele dalla categoria “Stato tra gli Stati”, criticabile come ogni Stato, alla categoria “entità illegittima”, la cui esistenza stessa è il problema. È il passaggio dalla critica alla delegittimazione, che la definizione IHRA indica come soglia dell’antisemitismo: negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione che si riconosce a ogni altro popolo. I duecento docenti di Messina che chiedono di rompere con l’Università Ebraica di Gerusalemme, gli accordi sospesi a Firenze, l’Italia tra i primi sei paesi al mondo per boicottaggi accademici: non sono devianze, sono il prodotto maturo di questa formazione. Ed è in quelle aule che si forma la prossima generazione di giornalisti, insegnanti e dirigenti pubblici.

    La terza radice è il vuoto istituzionale. In Germania esiste un’architettura: un commissario federale con mandato effettivo, monitoraggio strutturato, risoluzioni parlamentari vincolanti — inclusa la condanna del BDS nel 2019 come incompatibile con la responsabilità storica tedesca — procedimenti penali sistematici, il divieto delle organizzazioni islamiste legate ai Fratelli Musulmani. Lo Stato tedesco tratta l’antisemitismo come una minaccia alla democrazia in quanto tale. In Italia i commissari sono rimasti figure simboliche, senza poteri né strumenti; e quando lo Stato non nomina un fenomeno, quel fenomeno cessa di esistere giuridicamente e politicamente. Ogni manifestazione vietata che si tiene comunque, ogni assedio senza conseguenze, abbassa il costo dell’episodio successivo. L’impunità non è neutrale: è pedagogica.

    La quarta radice è il sistema mediatico. I media italiani erano fragili prima ancora dei social: sussidi pubblici, proprietà conflittuali, una RAI lottizzata e governata dalla par condicio anziché dalla responsabilità editoriale. Quando le narrative costruite e amplificate da soggetti legati al terrorismo islamico hanno investito le piattaforme, il sistema non ha fatto da filtro ma da cassa di risonanza: l’immagine prima della verifica, la parola “genocidio” prima dell’analisi. E qui si è riaffacciato un meccanismo antichissimo in forma secolarizzata: l’ebreo pubblico chiamato a “dissociarsi” — da Israele, dal suo governo, dalle sue guerre — come condizione di cittadinanza morale. L’ebreo come imputato collettivo, la cui lealtà è sempre da dimostrare.

    La quinta radice è la politica, cioè la struttura degli incentivi. In Germania trasformare la causa palestinese in bandiera identitaria di partito è costoso, perché l’antisemitismo è percepito trasversalmente come minaccia alla democrazia. In Italia quel costo non esiste: la delegittimazione di Israele è cavalcata dalla sinistra — forse l’unico tema capace di allinearne le anime divise — mentre il centrodestra, formalmente filoisraeliano, non ha trovato la forza di trasformare la posizione in politica: l’embargo sui ricambi degli aerei addestratori M-346 venduti a Israele è avvenuto sotto un governo di centrodestra, mentre la Germania firmava con Gerusalemme il più grande accordo militare della propria storia. Il paradosso, nota Abravanel, è che tutti sopravvalutano il peso elettorale di Gaza, che è in fondo alle priorità di voto degli italiani: conta nelle piazze, non nelle cabine elettorali. Ma la genealogia è più lunga. La svolta della sinistra italiana ha una data, il 1967: con la Guerra dei Sei Giorni Israele cessò di essere il paese dei kibbutz e divenne, nella grammatica terzomondista, l’avamposto dell’imperialismo. Da allora l’antisionismo è un marcatore identitario trasmesso di generazione in generazione, fino a convergere oggi con l’islamismo politico in un’alleanza che sarebbe incomprensibile su ogni altro terreno. E sotto tutto questo opera un sostrato ancora più antico: sedici secoli di antigiudaismo — l’ebreo deicida, l’usuraio, il ghetto — formalmente superati da Nostra Aetate, ma sedimentati nel linguaggio e nell’immaginario. Chi grida “saponette mancate” attinge a quel deposito, non alla cronaca mediorientale.

    L’antisemitismo italiano di oggi è dunque la convergenza di tre matrici — il residuo tradizionale mai elaborato, l’antisionismo di sinistra radicalizzato nell’accademia, l’islamismo organizzato che fornisce energia militante e infrastruttura di piazza — rese efficaci da un’unica condizione abilitante: un paese che non ha mai processato se stesso è convinto di essere immune per definizione. “Non possiamo essere antisemiti: eravamo partigiani” è la frase che consente tutto il resto. La lezione tedesca, pur con i suoi limiti, è che la memoria non serve a commuoversi sul passato ma a riconoscere il presente. Quella italiana, in negativo, è che una memoria autoassolutoria è peggio dell’oblio: l’oblio, almeno, non fornisce alibi. Finché il Giorno della Memoria resterà il giorno in cui l’Italia si ricorda di essere stata buona, invece del giorno in cui si interroga su quando non lo fu, questo paese continuerà a essere — lo dicono i sondaggi, le piazze e le scelte di governo — il terreno più fertile d’Europa per chi trasforma l’ebreo, ancora una volta, nel nome del male.

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