
C’è un suono che accompagna il mese di Elul più di ogni altro: quello dello shofar. È un suono semplice, quasi primitivo. Non è una melodia, non cerca di essere piacevole. È una chiamata. Una sveglia per l’anima.
I Maestri spiegano che durante Elul il Santo Benedetto Egli sia è “più vicino”, come un re che esce dal palazzo e attraversa i campi per incontrare il suo popolo. Non siamo noi a dover scalare una montagna per raggiungerLo; è Lui che ci viene incontro. Ma, proprio perché è vicino, non possiamo continuare a nasconderci.
Quando pensiamo alla teshuvà, spesso immaginiamo grandi cambiamenti, decisioni radicali, rivoluzioni interiori. In realtà, la parola stessa significa “ritorno”. Non diventare qualcun altro, ma ritornare alla persona che Hashem sa che possiamo essere. Eppure tornare è tutt’altro che semplice.
Nel corso dell’anno accumuliamo abitudini, paure, giustificazioni, piccole comodità che finiscono per diventare parte della nostra identità. Ci convinciamo che “sono fatto così”, che “ormai è troppo tardi”, che “non cambierò mai”. Il mese di Elul però ci sussurra una verità diversa. Ci urla che i nostri errori non ci definiscono e che i momenti difficili non sono la definizione di ciò che siamo.
La teshuvà non cancella il passato. Gli dà un significato nuovo. È il momento in cui scegliamo di guardare con sincerità dentro noi stessi, senza paura e senza maschere. È un lavoro che richiede onestà, ma anche infinita misericordia verso se stessi. Perché nessuno cresce umiliandosi. Si cresce riconoscendo la propria dignità. Forse è per questo che il Rambam descrive la teshuvà come un percorso fatto di consapevolezza, confessione, riparazione e scelta diversa quando ci troviamo di nuovo davanti alla stessa situazione. Non è un’emozione. È un cammino.
Ogni giorno di Elul è un piccolo passo. La Mishnà insegna: “In un luogo dove non ci sono uomini, sforzati di essere un uomo” (Pirkei Avot 2:5). Potremmo aggiungere: anche quando il primo uomo che dobbiamo ritrovare siamo noi stessi.
Mi colpisce sempre pensare che il processo della teshuvà assomigli più a uno scultore che a un pittore. Il pittore aggiunge colore, mentre lo scultore toglie ciò che copre la bellezza già presente nella pietra. Anche Hashem non ci chiede di costruire una persona completamente nuova. Ci invita a togliere tutto ciò che nasconde la nostra anima: il risentimento, l’orgoglio, la paura, la superficialità, la pigrizia spirituale. Strato dopo strato, emerge ciò che era sempre stato lì.
Forse è proprio questo il dono di Elul. Ricordarci che, sotto tutti gli strati accumulati durante l’anno, esiste ancora quella scintilla pura che nessun errore è riuscito a spegnere.
Per accompagnare questa riflessione ho scelto una Onion Pie parve.
La cipolla è uno degli ingredienti più simbolici che esistano: è composta da tanti strati e, per arrivare al suo cuore, bisogna avere la pazienza di rimuoverli uno dopo l’altro. A volte fa persino versare qualche lacrima. Proprio come la teshuvà. Solo quando abbiamo il coraggio di togliere ciò che è superfluo possiamo scoprire la dolcezza nascosta che era sempre stata lì.
Che questo Elul sia per tutti noi un mese di ritorno, di autenticità e di crescita. E che possiamo arrivare a Rosh HaShanà con un cuore un po’ più leggero, un po’ più vero e un po’ più vicino ad Hashem.
Onion Pie parve
Ingredienti:
Per la base
- 250 g di farina 00
- 125 g di margarina vegetale non idrogenata (fredda)
- 1 uovo
- ½ cucchiaino di sale
- 2-3 cucchiai di acqua fredda (se necessario)
In alternativa puoi utilizzare un rotolo di pasta brisée parve già pronta
Per il ripieno
- 1 kg di cipolle bianche o dorate
- 3 cucchiai di olio extravergine d’oliva
- 2 cucchiai di margarina vegetale
- 3 uova
- 200 ml di panna vegetale da cucina
- 2 cucchiai di fecola di patate o amido di mais
- 1 cucchiaino di senape di Digione (facoltativa)
- 1 cucchiaino di zucchero di canna
- Sale
- Pepe nero
- Un pizzico di noce moscata
- Timo fresco oppure qualche fogliolina di rosmarino tritato
Preparazione:
Preparate la base lavorando velocemente farina, margarina, uovo e sale fino a ottenere un impasto omogeneo. Avvolgetelo nella pellicola e lasciatelo riposare in frigorifero per almeno 30 minuti.
Nel frattempo affettate sottilmente le cipolle. Scaldate in una padella capiente l’olio e la margarina. Aggiungete le cipolle con un pizzico di sale e lo zucchero. Cuoetele a fuoco basso per circa 35-40 minuti, mescolando ogni tanto. Devono diventare molto morbide e leggermente dorate, senza bruciarsi. Lasciatele intiepidire.
In una ciotola sbattete le uova con la panna vegetale, la fecola, la senape, pepe, noce moscata e le erbe aromatiche. Unite le cipolle e mescolate bene.
Stendete la pasta in una tortiera, bucherellate il fondo con una forchetta e versate il ripieno.
Cuocete in forno statico preriscaldato a 180°C per circa 40-45 minuti, finché la superficie sarà ben dorata. Lasciate riposare almeno 15 minuti prima di servirla: sarà ancora più buona.
Illustrazione di Ludovica Anav














