
La riflessione è amara e grave. Il linciaggio che ha coinvolto il collega Giovan Battista Brunori, corrispondente Rai da Gerusalemme, è per prima cosa un’aggressione personale e privata, oltre che professionale. Ma è anche, purtroppo, il sintomo del reale stato della libertà di stampa e del rispetto democratico delle idee nel nostro Paese.
Un giornalista, sul campo, compie scelte linguistiche per raccontare la cronaca. Fa selezioni figlie di una personale prospettiva e di un bagaglio di esperienze. E Brunori è un professionista che l’esperienza l’ha ben solida, con una carriera fondata sulla competenza, su temi estremamente delicati e complessi che ha sempre affrontato con oggettività, prudenza ed equilibrio. E senza mai indulgere a ideologie imperanti, interpretando nel miglior modo la funzione di giornalista del servizio pubblico.
Eppure, è bastato un termine non conforme al pensiero mainstream sulla questione mediorientale, per farlo ricoprire da una cascata di fango.
A scatenare scomposti schiamazzi e denigrazioni ad altezza uomo è stato l’utilizzo del termine “escursionisti” durante una corrispondenza al TG1.
Brunori lo ha usato per descrivere un gruppo di israeliani, civili, non militari, senza toni aggressivi, che si aggiravano nei pressi di un villaggio palestinese in Cisgiordania. I palestinesi avrebbero reagito, da qui un conflitto, con uso di armi e morti.
L’uso della parola “escursionisti” poteva, e doveva, restare l’oggetto di un’eventuale, civile critica linguistica, editoriale o politica. Ma possiamo immaginare come un termine così poco “negativo” nel descrivere un gruppo di israeliani, abbia fatto saltare i nervi ai tanti forzati della propaganda antiisraeliana: fomentatori d’odio e disinformazione, a certi politici galleggianti tra ignoranza e malafede, a maestrini del pensiero unico, a frequentatori dei social network impazienti di mettere in scena il consueto processo sommario.
Personaggi sempre ben disposti, come hanno dimostrato, a trattare da martiri o da eroi presunti rappresentanti di una stampa targata Hamas, cosiddetti giornalisti che hanno partecipato o documentato in campo l’orrore del 7 ottobre. E ugualmente pronti, secondo le spaventose regole dei tribunali rivoluzionari, a seppellire senza sentenza chi, non politicamente affine, utilizzi un termine a loro sgradito.
Ed è ancor più grave che la natura degli attacchi ricevuti da Brunori abbia una chiara e inaccettabile matrice antisemita. Una campagna di diffamazione e intimidazione che ha vigliaccamente tirato in ballo persino sua moglie, ebrea romana. Elemento di colpa, secondo alcuni ripugnanti “leoni da tastiera”. Il culmine, un vergognoso vomitevole manifesto affisso nella bacheca di un corridoio RAI costruito sui più retrivi stereotipi antisemiti. Perfetta riproduzione dello stile e dei contenuti della rivista fascista “La difesa della razza”, come della propaganda nazista. Perché infatti autori di tali prodotti non possono che essere piccoli, tronfi, squallidi nazistelli che credono di salvarsi l’anima proclamandosi “di sinistra”.
Una giustificazione che non regge più: né a loro né alla sinistra.
È evidente e pericoloso, dunque, il sentimento di odio antisemita, che inquina il dibattito pubblico e privato e che si finge malamente e falsamente di mimetizzare da antisionismo. Ed è chiarissimo e inquietante che, per certa politica, sostenuta e aizzata da un pubblico fortemente radicalizzato, se un professionista dell’informazione non racconta la realtà secondo i suoi binari ideologici precostituiti, merita aggressione verbale, minacce e delegittimazione personale e professionale.
Ciò ovviamente, e desolatamente, non ha nulla a che vedere con la libertà di stampa, né con la democrazia, che non comportano massacri mediatici o intimidazioni antisemite. Che non pretendono che il giornalismo si faccia megafono delle proprie aspettative politiche e ideologiche, seppellendo il pluralismo delle idee.














