
Un passo avanti nell’oncologia di precisione. Un promettente e innovativo approccio terapeutico potrebbe aprire la strada a una nuova generazione di farmaci ‘selettivi’ per distruggere i tumori particolarmente aggressivi e resistenti alle cure.
È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista ‘Oncogene’, nato dalla collaborazione tra i ricercatori Dr.ssa Avital Oknin Vaisman e Dr. Deepanjan Panda, provenienti dai laboratori del Prof. Amir Orian, direttore del Rappaport Center for Cancer Research presso il Technion-Israel Institute of Technology e membro della Facoltà di Medicina Ruth e Bruce Rappaport, e del Prof. Ashraf Brik della Facoltà di Chimica Schulich.
La ricerca ha portato allo sviluppo di una nuova classe di molecole, denominate R4VP, appartenenti alla famiglia dei PROTAC (PROtein TArgeting Chimeras/Degraders), che, anziché limitarsi a bloccare l’attività delle proteine, ne inducono la degradazione all’interno della cellula attraverso il sistema dell’ubiquitina.
L’obiettivo è colpire tumori come i sarcomi ossei e il melanoma, spesso refrattari alle terapie mirate e caratterizzati da una forte dipendenza da specifiche oncoproteine e dalla capacità di sfuggire alla morte cellulare programmata.

La novità dello studio risiede nello sviluppo per la prima volta del PROTAC a doppio bersaglio, capace di degradare contemporaneamente due enzimi chiave: RNF4, fondamentale per la stabilità delle oncoproteine, e VHL, coinvolto nei meccanismi che impediscono la ferroptosi, una forma di morte cellulare programmata. L’azione combinata porta alla rapida eliminazione delle cellule tumorali, che vengono distrutte nel giro di poche ore.
I risultati ottenuti in laboratorio sono particolarmente promettenti. I composti si sono dimostrati efficaci non solo contro cellule tumorali resistenti ai trattamenti disponibili, ma anche su cellule di tumori ossei prelevate direttamente da pazienti durante la degenza. Un altro aspetto rilevante è la ‘selettività’ dell’approccio: le nuove molecole colpiscono quasi esclusivamente le cellule cancerose, risparmiando quelle sane e riducendo così il rischio degli effetti collaterali tipici della chemioterapia.
Prima di un possibile impiego clinico, tuttavia, saranno necessari ulteriori studi preclinici su modelli animali e successive sperimentazioni sull’uomo per confermarne sicurezza ed efficacia.
Alla ricerca hanno partecipato anche i ricercatori dell’Helmholtz Center di Monaco e dell’Università Goethe di Francoforte. Il progetto è stato sostenuto da enti di ricerca e fondazioni israeliane e tedesche dedicate all’innovazione e alla lotta contro il cancro.














