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    Cultura

    Shay Frisch accende il Tempietto del Carmelo

    Nel cuore dell’antico ghetto di Roma, in uno dei luoghi più stratificati e simbolici della città, la luce torna a farsi presenza, materia e pensiero. La Cappella di Santa Maria del Carmine e del Monte Libano, nota come Tempietto del Carmelo, ospita da oggi una suggestiva installazione di Shay Frisch, artista israeliano naturalizzato italiano, protagonista di una ricerca che ha trasformato l’elettricità in linguaggio artistico e spirituale. Presentata in occasione della sua personale allo Studio Casoli in piazza Costaguti, l’opera si inserisce con straordinaria intensità all’interno di uno spazio che conserva ancora le cicatrici della storia.
    Costruito nel 1759 grazie alle elemosine dei fedeli, come ricorda l’iscrizione sull’architrave “Gloria Libani data est ei decor Carmeli et Saron”, il Tempietto venne innalzato addossandosi alla casa di Lorenzo Manilio per proteggere un’immagine della Vergine del Carmelo collocata originariamente in una nicchia. Si tratta di uno spazio molto piccolo, quasi fragile, eppure simbolo di una memoria rimossa. Proprio davanti alla cappella si tenevano infatti le prediche coatte rivolte ai “giudei” del vicino ghetto romano, costretti ad ascoltare i sermoni di conversione dei gesuiti, come testimoniò anche il noto archeologo Mariano Armellini nei suoi scritti. In quell’angolo di Roma si condensava così una delle pagine più dolorose della storia della comunità ebraica sotto il serraglio pontificio. Nonostante i restauri ottocenteschi, nel corso del Novecento il Tempietto conobbe un lungo degrado fino a quando, nel 1945, venne trasformato nella bottega di un ciabattino, sopravvivendo per decenni in una sospensione tutta romana tra sacro e profano, rovina e quotidianità. Solo nel 2004 il restauro conservativo diretto da Arianna Cajano ne restituì l’eleganza settecentesca.

    Oggi quel luogo torna ad accendersi, in tutti i sensi, grazie all’intervento di Shay Frisch. La sua ricerca artistica, costruita attorno all’energia elettrica, sembra muoversi entro un codice binario (acceso/spento, bianco/nero, presenza/assenza), dando vita a sistemi apparentemente rigorosi e tuttavia aperti a infinite possibilità percettive. Da anni Shay Frisch realizza la serie “Campo” assemblando migliaia di spine e prese elettriche fino a costruire strutture geometriche, a volte totemiche, attraversate da fenditure luminose che ne scandiscono il ritmo interno. Definendo i propri lavori semplicemente “Campo”, seguiti dal numero e dal colore dei componenti utilizzati, l’artista sottrae l’opera a ogni dimensione narrativa o illustrativa, conducendola verso un territorio profondamente concettuale, dove ogni installazione si trasforma continuamente attraverso il dialogo con lo spazio che la accoglie. Il modulo luminoso diventa così principio strutturale assoluto dell’opera.

    Del resto, la luce attraversa da sempre la storia dell’arte. Da Caravaggio, che fece del chiaroscuro una rivelazione spirituale e teatrale, fino a Dan Flavin, che trasformò il neon in materia plastica e architettonica. Frisch raccoglie questa eredità spostandola nel territorio dell’energia contemporanea, dove la luce non è semplice effetto visivo ma presenza viva, tensione, attraversamento dello spazio. Ed è proprio questo dialogo a rendere così intensa l’installazione nel Tempietto del Carmelo. Qui la luce non si limita a occupare un ambiente, lo interroga, ne riattiva la memoria, ne attraversa le ferite. Non è un caso che Frisch abbia spesso lavorato in spazi carichi di storia, esponendo in importanti istituzioni internazionali e in numerose mostre anche in Cina, dove il suo lavoro è stato apprezzato per la capacità di coniugare rigore formale e dimensione meditativa.

    La luce di Frisch non cancella il passato del Tempietto né ne attenua la complessità storica. Al contrario, sembra renderla ancora più visibile attraverso un linguaggio fatto di rigore, silenzio e concentrazione. E forse il nucleo più profondo della sua ricerca è proprio quello di ricordarci che il mondo non può essere ridotto a un semplice sistema binario. Tra il bianco e il nero, cromie essenziali del suo lavoro, esistono infinite sfumature, ed è in quei chiaroscuri della storia e dell’esistenza che si cela la parte più autentica della nostra umanità.

    Giorgia Calò, Direttore del Centro di Cultura Ebraica

    Foto credit: Carmen Moravia

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