
L’odio contro Trump
I sentimenti in politica sono cattivi consiglieri. In particolare l’antipatia, per non dire l’odio, il sentimento che la grande maggioranza dei media e dei politici europei nutrono per Trump e Netanyahu, o piuttosto in generale per Usa e Israele e a cui cercano di addestrare il loro pubblico. Il presidente americano secondo queste opinioni sarebbe pazzo, stupido, esibizionista, incapace di svolgere il proprio ruolo, una sorta di pagliaccio ignorante e vacuo; il primo ministro israeliano sarebbe una specie di vampiro assetato di sangue soprattutto di bambini, un Dracula come lo dipingeva l’immagine usata da Hamas il 20 febbraio 2025 a Khan Younis come sfondo per la consegna delle salme di Shiri Bibas e dei suoi figli piccoli Ariel e Kfir uccisi a Gaza per strangolamento dopo essere stati rapiti dalla loro casa nel Kibbutz Nir Oz.
Due grandi statisti
Peccato per gli europei che queste due immagini – loro sì stupide e fumettistiche – non corrispondono affatto alla realtà. Chi conosce un po’ la politica israeliana sa che Netanyahu è di gran lunga il leader della storia di Israele più pragmatico, più abile a negoziare, più consapevole dei rischi cui è sottoposto un piccolo Paese circondato da nemici, meno ideologico e più colto. Con molti dei suoi predecessori condivide l’idea che Israele abbia bisogno di alleati nel mondo e nella regione. Certo non è un fanatico dominato dall’ideologia o assetato di guerra, anche perché ne ha conosciuto bene i costi con la perdita dell’amato fratello Yonatan. E Trump non è affatto stupido o ondivago, anzi è un politico astuto e determinato, che fa uso congiunto della comunicazione e della potenza militare per ottenere i suoi risultati, negoziando con i nemici da una posizione di forza. Ha obiettivi strategici molto chiari, a differenza dell’Europa.
Il progetto di Trump e l’Europa
Se il presidente americano realizzerà il suo piano, riuscirà a domare l’Iran dopo il Venezuela (e poi a liberare Cuba), non solo avrà garantito la sicurezza della regione e in primo luogo di Israele, ma avrà anche dato scacco a Russia e Cina, i grandi protettori degli ayatollah, restaurando così il primato americano, cui i suoi predecessori democratici avevano in pratica rinunciato e nessuno credeva più. Quanto all’Europa, la sua auto-esclusione dal lavoro difficile ma essenziale del disarmo atomico e missilistico dell’Iran e dalla riapertura dello stretto di Hormuz l’ha condannata ancora una volta all’insignificanza e all’impotenza: una mossa suicida che fa seguito all’autodistruzione dell’economia derivata dalle politiche dettate dall’odio anti-industriale dell’estrema sinistra o quella della pace interna compiuta con le scelte immigrazioniste: scelte che gli europei dovranno pagare per generazioni.
La situazione attuale
La lucidità delle scelte di Trump si vede dallo stato attuale della guerra. L’esercito americano ha neutralizzato insieme a Israele l’industria bellica e gli apparati missilistici e nucleari dell’Iran e con Israele ha eliminato buona parte dei leader terroristi. Ci vuole una bella faccia tosta non solo per pretendere come sostiene la propaganda degli ayatollah che l’Iran avrebbe ottenuto una grande vittoria sparando sulla popolazione civile di tutti gli stati circostanti, ma anche per sostenere come fanno molti commentatori europei che ci sarebbe stato un sostanziale pareggio perché l’Iran ha reso pericoloso l’attraversamento di Hormuz disturbando così i rifornimenti non degli Usa ma di Cina (che però nell’anno scorso ha accumulato riserve immense), dell’India e in parte dell’Europa.
Per chi lavora il tempo
Finita la fase del lavoro duro di distruzione delle difese iraniane senza però ottenere la resa degli ayatollah, Trump ha evitato la trappola dell’invasione e ha attuato invece un blocco navale (arma perfettamente legittima secondo il diritto internazionale fra belligeranti) contro l’Iran e così lo strangola economicamente. E ora può tranquillamente attendere che esplodano i contrasti nel regime iraniano e che vi prevalga chi capisce, al di là del fumo propagandistico, di doversi arrendere. Nel frattempo, dal 28 febbraio a oggi sono caduti in tutto 13 militari americani; l’inflazione Usa è salita sì ma al tasso tendenziale del 3,3% (2,6% esclusa l’energia); insomma, al di là dei catastrofismi della grande stampa, motivati dall’odio per Trump, la situazione è del tutto normale. Se la vittoria in Iran arriverà, anche fra alcuni mesi, i repubblicani potrebbero anche vincere le elezioni di midterm, previste in novembre. Gli Usa potranno attaccare e occupare le isole del Golfo, quando riterranno di farlo senza troppe perdite. Potranno distruggere quel che resta delle infrastrutture e dell’industria iraniana. O semplicemente attendere per giorni, settimane, mesi gli effetti economici del blocco (mezzo miliardo di dollari di perdita al giorno), il prossimo blocco dell’industria estrattiva, il fallimento economico dello stato, l’impossibilità di importare rifornimenti e ricambi: una rivolta popolare, un colpo di stato, l’implosione del regime. Insomma, il fattore decisivo di ogni guerra, il tempo, lavora per Trump e non per gli ayatollah, che sono divisi, senza un capo riconosciuto, incapaci di una strategia negoziale realistica, capaci solo di fare propaganda con la complicità dei media occidentali.
La vittoria di Israele
Al di là degli odi europei e della legittima ma poco fondata campagna pre-elettorale della minoranza parlamentare attuale, Israele la sua guerra l’ha già vinta. Salvaguardata la pace con Egitto e Giordania, che non hanno partecipato alla guerra e anzi hanno dato una mano a bloccare i missili nemici nei momenti peggiori, Israele ha costituito zone militari di sicurezza su tutti gli altri confini: a Gaza, con la zona gialla; in Siria, dove l’esercito domina il nodo strategico del Monte Hermon e controlla il confine del Golan qualche chilometro in territorio siriano verso Damasco, oltre ad aver stretto un’alleanza con i drusi; in Libano dove le truppe israeliane hanno ricostruito quel territorio cuscinetto fino al fiume Litani che fu disgraziatamente abbandonato da Barak un quarto di secolo fa. Sul piano politico, poi, per Gaza si discute non sul se, ma sul come Hamas debba essere disarmato. Lo stesso per Hezbollah in Libano, con in più un negoziato col governo che ha prodotto altre tre settimane di tregua senza limitare l’autodifesa israeliana e che potrebbe portare a un trattato di pace che manca dalla guerra di indipendenza. In Siria Israele protegge i drusi (e per quanto può anche curdi, alawiti e cristiani) ma ha in corso anche una trattativa sottotraccia con il governo di Al Jolani, che nel frattempo blocca i rifornimenti a Hezbollah. La testa della piovra, l’Iran, è seriamente ferita e potrebbe cadere. I rapporti con gli Stati arabi vicini sono migliorati, grazie anche ai dissennati attacchi iraniani che hanno colpito anche paesi alleati e simpatizzanti come Qatar e Oman e all’ottusa posizione turca che ha privilegiato l’odio per Israele alla risposta agli attacchi iraniani che hanno colpito anch’essa, mettendo così in crisi quel pericoloso asse con l’Arabia che si profilava fino a qualche tempo fa. Certo, l’antipatia europea e quella dei democratici americani (ma purtroppo anche di settori dei repubblicani anti-Trump) è molto cresciuta, sfociando ormai nell’antisemitismo aperto. Ma anche questo odio potrebbe perdere forza dopo che i risultati della guerra si saranno chiariti. E comunque, nei 78 anni di storia dello Stato non c’è mai stato un momento in cui Israele fosse più forte; come più o meno disse una volta Golda Meir, meglio essere temuti che compianti.















