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    ISRAELE

    La lunga strada della famiglia Cunio dopo Gaza

    Per mesi, la vita di Silvia Cunio è rimasta sospesa tra speranza e paura. I suoi figli, Ariel e David, erano tra gli ostaggi portati a Gaza durante gli attacchi del 7 ottobre. Il loro rilascio, avvenuto nell’ambito di un accordo tra Israele e Hamas, ha segnato la fine di un incubo. Ma non la fine della storia.

    Intervenuta alla conferenza “Women of the State”, Cunio ha raccontato cosa significa davvero riportare a casa un figlio dopo la prigionia. Non è un ritorno alla normalità, ma l’inizio di un percorso fragile, fatto di silenzi, attese e ricostruzione. “Non faccio domande”, ha spiegato. “Non chiedo cosa abbiano passato. Se vorranno raccontare, lo faranno loro”. Una scelta che riflette la consapevolezza della profondità del trauma e della necessità di rispettarne i tempi. I figli, ha detto, sono cambiati. “Non sono più quelli di prima”, ha ammesso, lasciando emergere il peso di un’esperienza che non può essere cancellata.

    Durante la prigionia, le informazioni arrivavano in modo frammentario e spesso contraddittorio. A un certo punto, Cunio ha appreso che uno dei figli era stato ferito gravemente. L’angoscia si è trasformata in un’attesa logorante, fino a una telefonata inattesa. “Mi hanno detto che li avevano visti insieme, che erano vivi. Non riuscivo nemmeno a parlare”, ha raccontato. Il giorno della liberazione è stato carico di emozioni contrastanti. Sollievo, certo, ma anche smarrimento. Tornare a casa non significa tornare indietro. I gesti quotidiani — un pranzo, una conversazione, un abbraccio — assumono un significato diverso, quasi sospeso. “Ora do loro spazio”, ha spiegato. “Hanno le loro vite, le loro famiglie. Io sono qui, ma in modo diverso”.

    La testimonianza di Cunio si inserisce in un quadro più ampio: quello di una società ancora profondamente segnata dagli eventi. Il ritorno degli ostaggi è solo una delle fasi di un processo più lungo, che coinvolge famiglie, comunità e istituzioni. “Abbiamo tutti bisogno di guarire”, ha detto, sottolineando come il trauma non sia solo individuale, ma collettivo. Accanto al dolore, emerge anche una forma di resilienza silenziosa. Non fatta di dichiarazioni eclatanti, ma di scelte quotidiane: ascoltare senza forzare, esserci senza invadere, ricostruire senza pretendere immediatezza. È in questa dimensione che si gioca la vera sfida del “dopo”. La storia della famiglia Cunio racconta proprio questo: che la liberazione non coincide con la fine della sofferenza, ma con l’inizio di un percorso complesso. Un cammino fatto di piccoli passi, in cui ogni progresso è fragile e ogni equilibrio va continuamente ridefinito.

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