Skip to main content

Ultimo numero Marzo – Aprile 2026

Speciale Pesach 5786

Scarica il Lunario

Contatti

Lungotevere Raffaello Sanzio 14

00153 Roma

Tel. 0687450205

redazione@shalom.it

Le condizioni per l’utilizzo di testi, foto e illustrazioni coperti da copyright sono concordate con i detentori prima della pubblicazione. Qualora non fosse stato possibile, Shalom si dichiara disposta a riconoscerne il giusto compenso.
Abbonati


    Mondo

    La settimana di Israele. “Le guerra non è affatto finita”

    Trattative sospese
    Sono fallite, almeno per il momento, le trattative fra Usa e Iran condotte a Islamabad con la mediazione del Pakistan. Il vicepresidente americano J.D. Vance ha dichiarato prima di prendere l’aereo che lo riportava a Washington: “Dopo 21 ore di discussioni torniamo negli Stati Uniti senza un accordo, questa è una cattiva notizia per l’Iran molto più che una cattiva notizia per gli Stati Uniti. Hanno scelto di non accettare le nostre condizioni, nonostante la notevole elasticità della nostra posizione. Ce ne andiamo da qui lasciando la nostra miglior offerta finale. Vedremo se gli iraniani la accetteranno”. L’Iran ha ammesso la fine del discorso con gli americani ma detto che avrebbe continuato a parlare con il Pakistan.

    La posizione iraniana
    I dissensi fra le parti sono molto grandi. La delegazione iraniana aveva accettato di venire a Islamabad dopo aver negato a lungo la possibilità di condurre trattative, poi escluso di essere disposta a incontrarsi con quella americana, infine aver dichiarato di poter iniziare a discutere solo se gli Usa sbloccavano i fondi bloccati dall’inizio della guerra o prima in varie banche del Golfo (circa 27 miliardi di dollari) e soprattutto se il cessate il fuoco si estendeva anche al Libano, fermando l’azione israeliana contro Hezbollah. Alla fine, essa ha accettato di discutere con gli americani in maniera indiretta, solo attraverso la mediazione pakistana e a livello tecnico, ma l’ha fatto, secondo le parole dei suoi comunicati, “in un’atmosfera di sfiducia”. Le pretese iraniane erano rimaste quelle dichiarate da tempo: sospensione delle sanzioni; conclusione definitiva dei combattimenti su scala regionale (cioè compreso Hezbollah, gli Houthi e Hamas) con forti garanzie che non sarebbero ripresi; riparazioni di guerra; restituzione dei fondi bloccati; nessuna concessione sul “diritto” all’arricchimento dell’uranio (che serve solo a produrre l’esplosivo per la bomba atomica), né sulla consegna dell’uranio già arricchito (sufficiente per una decina di bombe atomiche), né infine sull’armamento missilistico, la cui pericolosità e il cui grande raggio di azione sono emerse durante la guerra; “riaffermazione” (o meglio concessione, perché prima della guerra non c’era) del “diritto” iraniano a controllare lo stretto di Hormuz, inclusa l’imposizione di tasse di passaggio (ma lo stretto non è un canale artificiale come Suez o Panama, dove effettivamente si pagano tasse di passaggio; è uno stretto naturale e internazionale perché le coste sono controllate da Iran, Oman e Emirati che per le convenzioni internazionali è libero per tutti).

    Le condizioni americane
    Insomma, la posizione iraniana era quella di chi avesse vinto la guerra e imponesse le sue condizioni, non di chi l’avesse perduta e non avesse più forza militare a parte qualche missile, drone e motoscafo d’assalto. Gli Usa, che con Israele hanno vinto la guerra, avevano posizioni opposte: no alla chiusura proprietaria di Hormuz, no al programma atomico e missilistico, no alla pretesa di garantire l’immunità e proteggere gli alleati (o piuttosto burattini dell’imperialismo iraniano) come Hezbollah, no all’appropriazione di Hormuz, la cui apertura era stata fra l’altro la condizione principale della tregua e non si era poi davvero mai realizzata. Impossibile trovare una via di mezzo e inevitabile che le trattative collassassero, salvo un suicidio americano o l’accettazione iraniana dello stato di fatto militare, con la rinuncia alle falsificazioni della propaganda.

    Il Libano
    Che le cose stiano in questi termini, lo dimostra la situazione di due punti critici dell’accordo. La prima è il Libano, dove Israele prosegue senza sosta la neutralizzazione delle armi e dei terroristi di Hezbollah, che dal canto loro continuano a usare i missili che restano loro per bombardare gli obiettivi civili soprattutto nella parte settentrionale dello stato ebraico. Martedì si dovrebbero svolgere a Washington altre trattative di pace, quelle fra Israele e lo stato libanese (non Hezbollah, che almeno sul piano ufficiale non è più coperto dal governo del Libano). Israele non combatte contro il Libano, non ha ambizioni al suo riguardo, vuole solo che sia garantito il disarmo totale e lo scioglimento di Hezbollah, perché la difesa della popolazione e del territorio da attacchi armati è il primo compito di ogni Stato. Fra Israele e Libano c’era stato un accordo il 26 novembre 2024 in cui quest’ultimo si impegnava a far ritirare le forze di Hezbollah a nord del fiume Litani, cioè a circa 15 chilometri dalla frontiera, e a disarmarlo completamente anche al di là di questo limite. Tale accordo non è mai stato realizzato dal Libano, che ha lasciato i terroristi di Hezbollah vicino al confine e bene armati; né le forze Onu dell’Unifil hanno fatto alcunché per farlo rispettare. Israele ha reagito solo occasionalmente alle provocazioni più gravi fino a un mese fa, quando Hezbollah ha dichiarato di entrare in guerra a fianco dell’Iran e ha iniziato a bombardare le città e i villaggi israeliani. A questo punto l’esercito israeliano ha preso in mano il compito che quello libanese non sapeva o non voleva compiere: ha bombardato installazioni e capi politici e militari di Hezbollah, badando come sempre a salvaguardare la popolazione civile, e ha realizzato un’operazione di terra portando le proprie truppe fino al fiume Litani per eliminare l’attività terrorista. A Washington i due Stati potranno raggiungere un accordo (e forse anche come si spera un trattato di pace che manca dal 1948) a condizione che Israele abbia la sicurezza dell’eliminazione totale della minaccia terrorista.

    Hormuz
    Il secondo episodio riguarda Hormuz. L’esercito americano ha dichiarato che due sue navi militari hanno attraversato lo stretto allo scopo di porre le condizioni per il suo sminamento e l’apertura di una via di navigazione vicino alla costa degli Emirati e dell’Oman. Le “Guardie rivoluzionarie” dell’Iran hanno negato che l’attraversamento sia avvenuto e hanno minacciato “punizioni severe” per chi provasse a passare senza il loro permesso. Ma sembra che il dado sia tratto, che gli Usa cioè si sentano capaci di eliminare la principale arma di ricatto dell’Iran, cioè la chiusura di Hormuz, anche senza l’intervento delle marine dei paesi più interessati (Europa, Giappone, India, Cina).

    Una conclusione militare della guerra
    Se fosse così e se in aggiunta si realizzasse la minaccia di Trump di un blocco selettivo della navigazione dall’Iran che toglierebbe al regime i suoi principali proventi, la vittoria sarebbe davvero totale. Per il momento, come ha dichiarato Netanyahu, la guerra non è affatto conclusa. Bisogna vedere se riprenderanno i lanci missilistici dall’Iran, se la Cina davvero cercherà, come si dice, di fornire nuove armi al regime (è stata duramente ammonita da Trump a non farlo), se riprenderanno i bombardamenti alleati sull’Iran andando a colpire le installazioni tecniche ed economiche fondamentali. Certamente l’Iran non ha più la forza di resistere a lungo e, in assenza di trattative, la guerra si potrà concludere sul piano esclusivamente militare.

    CONDIVIDI SU: