
La caduta dei repubblicani alle elezioni di Midterm era prevista e per certi versi è stata inferiore alla catastrofe descritta dai media: tutti i presidenti americani subiscono una sconfitta del loro partito dopo due anni di governo, per esempio quella di Obama nel 2010 fu numericamente più grave. Inoltre, per le dimensioni stesse del paese, la politica americana è concentrata sulla politica interna e sull’economia. La dimensione internazionale conta fino a un certo punto e ciò è ancora più vero in questo tipo di elezioni che scelgono deputati, senatori, amministrazioni locali ma non il presidente. Ma è chiaro che sul piano simbolico ha perso proprio Trump, la cui comunicazione è così concentrata su se stesso e su una narrazione di onnipotenza. Ciò fra l’altro diminuirà la sua influenza sul suo stesso partito, che deve pensare ormai presto al candidato per la sua successione.
Che succede ora in Medio Oriente?
Le conseguenze di tale risultato sono certamente importanti, soprattutto per Israele e il Medio Oriente, su cui Trump si era molto impegnato, ma sono in parte imprevedibili, proprio per il carattere del Presidente. Trump potrebbe accettare la lezione nel senso di diminuire molto il suo coinvolgimento, cedendo al braccio di ferro degli ayatollah; oppure al contrario potrebbe prenderla come una sfida e cercare di dare con la forza al problema dell’Iran quella soluzione che ha rimandato tante volte con una serie di tatticismi (trattative, azioni belliche sospese all’ultimo momento, negoziati interrotti, proclami roboanti senza seguito) sprecando molte occasioni potenzialmente decisive. In questo caso dovrebbe però farlo partendo da una condizione di minor potere, non potendo contare sul sostegno del Congresso, ma anzi dovendo superare la sua opposizione attiva. Questa potrebbe iniziare dal blocco dei fondi per le spese militari a leggi fatte per fermarlo, fino a una procedura di impeachment che questa volta potrebbe proseguire fino alla sua destituzione, dato che i democratici controllano entrambe le camere e fra essi sono in crescita di numero e di potere gli estremisti filo-islamici.
Conseguenze per Israele
Vi saranno conseguenze anche per quanto riguarda direttamente Israele. L’indebolimento di Trump non aiuta certamente Netanyahu, che è stato uno dei pochi leader stranieri capaci di tenere un rapporto con lui che non fosse la sottomissione piena o la scomunica personale. Tanto è vero che, nelle ultime elezioni israeliane, Trump lo aveva appoggiato con molta forza. Anche la prospettiva di un governo di unità nazionale, su cui a quanto pare il Presidente americano si era impegnato direttamente, perde ora quota, tant’è vero che Lapid se n’è subito pubblicamente distaccato. Ma certamente in tempi di grande incertezza politica americana servirebbe a Israele qualcuno che conoscesse molto bene l’ambiente di Washington, una competenza che tutti riconoscono a Netanyahu ma che Eisenkott non possiede.
Un segnale allarmante per il futuro
Sul lungo termine il voto di midterm pone un problema ancora più grave: il distacco progressivo che rischia di verificarsi fra Israele e il suo alleato più importante. I democratici, che hanno molto aumentato il loro potere, sono sempre meno filoisraeliani, Non è questione di Trump e Netanyahu, non è solo un atteggiamento dei parlamentari: è la loro base che in netta maggioranza ormai si sente più vicina al palestinismo che al sionismo. La vittoria di parecchi candidati democratici dichiaratamente anti-israeliani come l’islamista Abdul El Sayed in Minnesota è solo la punta dell’iceberg, che fa emergere sentimenti di antisemitismo, anticapitalismo, terzomondismo largamente diffusi nell’elettorato democratico. Il rischio non è solo che costoro abbattano la diffidenza dell’apparato tradizionale del partito e conquistino due anni la candidatura alla presidenza, ma anche che questi atteggiamenti evidentemente popolari si diffondano anche fra i repubblicani.
Un compito difficile
Israele deve dunque non solo trovare il modo di mettere a frutto strategico le vittorie ottenute in questi anni di guerra, ma deve anche prevedere un paesaggio politico in cui dovrà fare a meno dell’appoggio americano, senza naturalmente poter contare su quello delle altre potenze maggiori: per ragioni diverse né Russia né Cina né Europa appoggiano lo Stato ebraico e concretamente non sarebbero disposte in caso di emergenza a fornirgli l’aiuto necessario. Sul piano militare, per questa ragione nel progetto strategico esposto da Netanyahu una decina di giorni fa, ha un posto importante l’autonomia strategica di fornitura delle armi. Ma certamente per un paese piccolo come Israele non è facile sviluppare l’industria militare (per esempio sulla costruzione di aerei avanzai) fino al punto da essere indipendenti dai rifornimenti stranieri. Ciò di nuovo implica il bisogno di un governo lucido e non ideologico, sufficientemente forte per poter fare piani a lungo termine. Sul piano politico la difficoltà è anche maggiore: non bastano i buoni rapporti con la maggioranza dei paesi dell’America del Sud, qualche stato europeo o asiatico anche importante come l’India a neutralizzare un odio diffuso e determinato come quello di cui è oggetto Israele. Senza il veto americano all’Onu, sarebbero possibili decisioni anche molto gravi.
Gli ebrei della diaspora
Vi è infine il problema del coinvolgimento in questo quadro degli ebrei della diaspora, che si trovano di nuovo a subire una grande ondata di antisemitismo. C’è una divaricazione evidente fra Israele e una parte consistente della diaspora maggiore, quella americana. L’elettorato ebraico, tradizionalmente democratico, a quanto dicono i primi dati ha continuato a votare in queste elezioni in prevalenza per i candidati democratici, anche per quelli la cui campagna era impostata sull’odio per Israele. Altre comunità nazionali non si fanno queste illusioni ideologiche e tendono semmai a immigrare in Israele, vedendo rischi crescenti nell’insediamento in paesi una volta considerati ospitali e sicuri, come Francia e Gran Bretagna. Anche questo dell’insicurezza degli ebrei fuori Israele è un tema che prende urgenza dalle elezioni americane.
Foto credit in copertina: U.S. Air Force photo by Staff Sgt. Jette Carr / Wikimedia Commons (Pubblico Dominio)














