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    Cultura

    21 giugno 1921: il giorno in cui Roma abbracciò i suoi eroi ebrei

    Tra i faldoni dell’Archivio Storico “Giancarlo Spizzichino” della Comunità Ebraica di Roma ho ritrovato i documenti di una giornata molto particolare per la Capitale.

    Nel fascicolo esaminato si legge che il 21 giugno 1921, davanti al Tempio Maggiore di Roma, si radunò una folla silenziosa. Non era la prima volta che la gente si riuniva vicino al Tempio: già nel 1918 era stata affissa una targa per commemorare gli ebrei caduti durante la guerra, ma l’iscrizione era stata profanata.

    Il 21 giugno 1921 quella targa fu rimessa al suo posto. E quel giorno, così solenne, non si celebrava solo il passato: si scriveva la storia di un legame che andava ben oltre il ricordo.

    Su una grande lapide di marmo e bronzo non c’erano soltanto dei nomi, ma i destini spezzati di giovani ebrei romani caduti per la patria: uomini che avevano scelto di essere, prima di tutto, italiani. Mentre le autorità parlavano di patriottismo e integrazione, con quella targa la città di Roma riconosceva i suoi eroi ebrei, sancendo pubblicamente un’appartenenza che per loro non era mai stata in discussione.

    Quel monumento non celebrava solo la fine della guerra: sanciva un patto indissolubile tra gli ebrei romani e la nazione. Chi era caduto non aveva versato il proprio sangue “anche” per l’Italia: lo aveva fatto da italiano, in nome di un’identità vissuta come piena, naturale, irrinunciabile. Ed è proprio in quel legame profondo — mai diviso, mai a metà — che gli ebrei romani riconoscevano il proprio destino unito, per sempre, a quello della patria.

    Un patto che, appena diciassette anni dopo, l’Italia stessa avrebbe tradito. Nel 1938 le leggi razziali cancellarono con un tratto di penna quell’appartenenza sancita sul bronzo e sul marmo: gli stessi ebrei che avevano dato la vita per la patria furono dichiarati estranei ad essa, espulsi dalle scuole, dalle professioni, dalla comunità nazionale che li aveva pianti come eroi. La targa del 1921 resta oggi la testimonianza silenziosa di una fedeltà che fu totale — e di un tradimento che fu altrettanto totale.

    Lilli Spizzichino, Collaboratrice ASCER

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