
Le elezioni
Fra circa un mese, il 27 ottobre, in Israele si svolgeranno le elezioni politiche, certamente le più importanti della storia recente perché decideranno chi guiderà la strategia futura e dunque in che direzione andrà lo Stato ebraico. Alle elezioni si sono presentate ben 38 liste, ma di queste probabilmente solo una dozzina entreranno in parlamento. I blocchi principali sono ancora meno: la destra religiosa di Smotrich e Ben Gvir e ora Winter, il centrodestra del Likud (Netanyahu), i due partiti charedì (“ultraortodossi”) le due liste arabe, i quattro partiti fra il centro e la sinistra unificati dal rifiuto di Netanyahu (Bennett/Lapid, Lieberman, Golan, Eisenkot). Fra i quattro candidati che hanno dichiarato di aspirare a diventare il nuovo primo ministro, oltre a Netanyahu, tre vengono proprio da quest’area dell’opposizione: Eisenkot, Bennett e Lieberman. Shalom dedicherà loro dei ritratti, per permettere ai lettori italiani che non li conoscono di capire meglio la scelta dell’elettorato israeliano. Dopo gli articoli su Eisenkot e Bennett, il terzo di questa serie è dedicato ad Avigdor Lieberman.
Una candidatura difficile ma non impossibile
Quasi tutti i sondaggi gli danno solo 8 seggi sui 120 della Knesset e i 61 richiesti per la maggioranza. Del resto, il suo partito “Israel Beitenu” (Israele è la nostra casa) non ne ha mai avuti di più dopo le elezioni del 2013, in cui era apparentato al Likud. Ciononostante, Avigdor Lieberman si candida a fare il primo ministro dello schieramento oggi di opposizione e il più accreditato giornalista israeliano di politica interna, Amit Segal, ritiene che questa candidatura abbia discrete possibilità di successo, forse più di quelle del leader del partito maggiore dell’opposizione, Eisenkot. La ragione è che sul piano numerico i suoi seggi sarebbero certamente necessari a far raggiungere al “fronte del cambiamento” la maggioranza, anche se, secondo gli ultimi sondaggi, non è affatto detto che bastino, anche con l’aggiunta del partito arabo Ra’am. E sul piano politico Lieberman è il solo leader che possa controbilanciare la presenza di Ra’am e della sinistra estrema dei “democratici” di Golan.
Prima della politica
Lieberman è il più anziano dei candidati dell’opposizione a primo ministro e anche il solo immigrato, visto che è nato nel 1958 a Chisinau, in Moldavia (che allora era parte dell’URSS). All’ebraismo russo e moldavo Lieberman è sempre rimasto profondamente legato. Arrivato in Israele a vent’anni, ha fatto il servizio militare in artiglieria e si è laureato in scienze politiche all’Università ebraica di Gerusalemme. È sposato con Ella, proveniente anche lei dalla Moldavia, con cui ha avuto tre figli. Vive a Nokdim, un insediamento nel deserto della Giudea oltre la linea verde. Prima di dedicarsi alla politica ha fatto l’importatore di legname dall’Unione Sovietica. Energico, poco propenso ai compromessi, facile alle polemiche, Lieberman è un uomo che suscita grandi fedeltà e dure avversioni, difficilmente resta indifferente, nel bene e nel male è assai popolare anche se appartiene alla vecchia scuola della politica dei discorsi e non ama le nuove tecnologie della comunicazione. Il suo ambiente è quello russofono, che ha conquistato un peso notevole in Israele dopo la caduta dell’Unione Sovietica e l’immigrazione di massa in Israele e ancora lo mantiene. Il suo ebraismo è fiero e combattivo, sviluppato sul piano storico e nazionale e non su quello religioso; anzi è uno dei politici più diffidenti verso il rabbinato e i charedim.
La carriera politica
Già a metà degli anni Ottanta, durante e dopo la vita universitaria Lieberman si accostò al Likud e personalmente a Netanyahu: con lui fu direttore generale del partito e poi dell’ufficio del primo ministro fra il 1993 e il 1997. Ma il rapporto si interruppe quando Netanyahu, sotto forti pressioni da Clinton e dall’Unione Europea, firmò il memorandum di Wye River con l’Autorità Palestinese. Questo accordo avrebbe dovuto sviluppare gli accordi di Oslo assegnando nuovi territori all’amministrazione dell’AP, ma poi divise la maggioranza provocando la caduta del primo governo Netanyahu e comunque fallì a causa della ripresa del terrorismo palestinese. Nel 1998 Lieberman fondò il suo partito “Israel Beitenu”, con una base fortemente radicata fra gli immigrati dell’ex Unione Sovietica. Fu ministro dei Trasporti con Sharon, ma poi si oppose all’abbandono di Gaza ed uscì dalla sua maggioranza. Rientrò al governo con Olmert come vicepremier e Ministro degli Affari Strategici incaricato di occuparsi della minaccia iraniana, che già nel 2006 denunciava come la minaccia più pericolosa per Israele; ma ne uscì di nuovo nel 2008 perché contrario ai negoziati di pace con l’Autorità Palestinese. Israel Beitenu contribuì alla vittoria di Netanyahu del 2009 con un grande successo (15 deputati, il massimo mai raggiunto). Lieberman divenne Ministro degli Esteri e di nuovo vicepremier. Nel 2013 Likud e Israel Beitenu si presentarono assieme alle elezioni, vincendole largamente; nel 2016 Lieberman divenne Ministro della Difesa. In questa qualità fu il solo a opporsi alla “concepzia”, l’idea che il conflitto con i terroristi andasse gestito con un misto di concessioni e rappresaglie e che non bisognasse cercare di distruggere Hamas ma di indurlo alla convivenza. Di recente è uscito un suo documento del 2016 (ironicamente recapitato a Netanyahu e al capo di stato maggiore del tempo, Eisenkot, oggi i suoi avversari elettorali), in cui ammoniva sul pericolo di un’invasione con presa di ostaggi di Hamas, proprio come poi accadde sette anni dopo. Proprio la conclusione di un cessate il fuoco con Hamas, che Lieberman giudicava sbagliato e pericoloso, portò nel novembre 2018 alla sua nuova uscita dal governo e alla rottura definitiva con Netanyahu.
Le prospettive
La carriera di Lieberman, piena di rotture e di dure polemiche, condotte di solito da una chiara posizione di destra ma anche laicista, fa capire perché la sua candidatura a primo ministro è difficile. In teoria le sue posizioni non dovrebbero consentirgli di governare con l’appoggio di partiti arabi e islamisti (ma è stato parte del governo Bennett cui partecipava Ra’am, legato ai Fratelli Musulmani) né con quello dei charedim (ma ci ha convissuto nei governi del Likud). Ed egli ha spesso dichiarato negli ultimi otto anni di non voler entrare in una maggioranza con Netanyahu. Ciò dovrebbe escluderlo da ogni coalizione di governo. D’altro canto, Lieberman è abile politico, almeno quando non si superano le sue “linee rosse”, il più esperto in campo dopo Netanyahu; ha coperto tutti i principali ruoli governativi, è in qualche modo una garanzia per la maggioranza dell’elettorato di Israele che considera la sicurezza il primo problema; potrebbe insomma spuntare come il punto di equilibrio di una “coalizione del cambiamento” che per il momento è assai disunita e litigiosa. E questo ciclo elettorale, che forse non si concluderà con le elezioni di ottobre ma chiederà altre votazioni per uscire dallo stallo che si profila, come accadde sei anni fa, è probabilmente la sua ultima occasione per arrivare al posto di primo ministro.













