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    Netanyahu all’Onu: “Vinceremo, non abbiamo altra scelta”

    L’importanza dell’Assemblea Generale

    L’assemblea Generale dell’Onu non ha poteri effettivi di decisione (che nel sistema delle Nazioni Unite sono riservate al Consiglio di Sicurezza) e ormai da molti decenni è dominata da un blocco anti-israeliano automatico, composto dai paesi arabi, dai comunisti ed ex comunisti rimaste dittatura come la Russia, dalla maggioranza degli Stati del Terzo Mondo, e di recente anche da alcuni paesi europei. Dunque parlare a questa assemblea può sembrare inutile. Ma la sessione autunnale, riservata ai discorsi dei capi di Stato e di governo, è diventata l’occasione fondamentale per tutti i paesi del mondo per esprimere la propria posizione sui problemi internazionali, rivolgendosi non solo agli altri Stati, ma all’opinione pubblica mondiale, che per una volta può accedere in diretta alle dichiarazioni di tutti. Inoltre è il tempo e il luogo dove si intrecciano fittamente incontri di vertice e si conducono, se non vere e proprie trattative, almeno incontri informali anche con i nemici. Per questo Israele non può mancare a queste sessioni e non l’ha mai fatto il suo primo ministro Benjamin Netanyahu, nemmeno nei momenti più tesi della guerra e neanche quest’anno, mentre si sviluppa in Israele una tesa campagna elettorale e forse si prepara un nuovo scontro diretto con l’Iran. Netanyahu si è trattenuto a New York poche ore, incontrandosi prima del suo discorso con un certo numero di rappresentanti di altri stati (per esempio Slovenia e Grecia) ma questa volta senza vedere Trump e altri personaggi americani amici, per ripartire subito dopo.

    I “codardi morali”

    Come sempre, all’ingresso in aula e all’inizio del discorso di Netanyahu, numerose delegazioni sono uscite dall’aula in segno di dissenso; ma quest’anno vi sono state alcune eccezioni notevoli, per esempio gli Emirati, che hanno rotto così la tradizionale unità araba. E Netanyahu, iniziando così un discorso tutto di attacco, ha qualificato coloro che uscivano come “codardi morali”, ricordando che alcuni dei Paesi fra quelli che stavano abbandonando l’aula avevano nel passato recente richiesto l’aiuto israeliano e hanno usufruito dalle azioni israeliane contro l’Iran. E proprio dall’Iran è iniziato il cuore del discorso: attaccare le istallazioni nucleari degli ayatollah è stato certamente un compito assai difficile per le forze armate di Israele, ha detto Netanyahu, ma la decisione è stata invece  “una delle scelte più facili della mia vita politica”, perché lasciare che si sviluppasse un armamento atomico iraniano avrebbe voluto dire mettere a rischio mortale l’esistenza di Israele.

    Il 7 ottobre

    La guerra è iniziata però con l’attacco a freddo dei terroristi il 7 ottobre. Netanyahu ha ricordata la crudeltà delle azioni di quel giorno, ha menzionato i numeri delle vittime e dei rapiti, ha richiamato qualche nome e qualche vicenda. I terroristi e lo schieramento nemico che gli stava dietro, ha detto, pensavano che con questa violenza Israele sarebbe crollato; invece il paese ha resistito, ha saputo combattere e vincere su sette fronti e grazie all’eroismo dell’esercito di Israele chi è collassato sono i movimenti terroristi e gli stati che li sostenevano. Per rendere evidenti le risorse di Israele e la sconfitta dei suoi nemici, Netanyahu ha mostrato un cercapersone, uno di quegli strumenti trasformati in bombe dai servizi israeliani, che due anni fa hanno decimato i quadri di Hezbollah. La polemica è proseguita con chi accusa Israele di colonialismo, in particolare Francia e Gran Bretagna, cui il primo ministro ha ricordato il loro passato e in parte anche il loro presente di potenze coloniali. In risposta alla aberrante dichiarazione di Mecron sull’inesistenza di Hamas in Giudea e Samaria, Netanyahu ha ricordato che gli attentati perpetrati dai terroristi in questo territorio sono molto più numerosi e mortali delle violenze compiute da una minoranza degli israeliani che abitano oltre la linea verde, e che comunque lo Stato di Israele combatte e reprime.

    Contro Qatar, Turchia, Siria

    Di qui la polemica è passata agli stati della regione ostili a Israele. Alla Siria Netanyahu ha detto che Israele ha un diritto storico al Golan (che era stato rivendicato nel precedente discorso del dittatore siriano Ahmed al-Sharaa, con la richiesta del ritiro israeliano). Al Qatar ha rinfacciato di investire somme enormi per diffondere propaganda contro Israele finanziando le università Usa per influenzarle e usando Al Jazeera non solo contro Israele, ma anche contro gli Stati Uniti e il modello della democrazia occidentale. Sulla Turchia ha messo in evidenza che essa è oggi la base di Hamas, dunque un paese che aiuta il terrorismo, ma ha ricordato anche la guerra senza quartiere condotta contro i curdi, l’occupazione della metà di Cipro, l’aggressività con la Grecia e le ondate di  arresti interni di politici e giornalisti. Ha infine riposto a Erdogan che si propone di riprendere il dominio ottomano su Gerusalemme:  “Nossignore. Non accadrà. La  città è nostra”.  L’attacco poi è andato al sindaco di New York Mamdani (“antisemita e vicino a Hamas”), alla dirigenza dell’Unione Europea che “cede di fronte alle pressioni di folle antisemite”), a coloro che accusano Israele di genocidio a Gaza (la menzogna del secolo”), a chi manifesta in Occidente per i diritti umani ignorando la repressione in Iran e le vittime cristiane. In contrapposizione a questi nemici di Israele, Netanyahu ha caldamente ringraziato il presidente Trump e ha ricordato ancora una volta che la guerra non è contro il popolo iraniano, ma contro un regime che “presto crollerà sotto il peso dei suoi crimini, delle sue bugie e della sua crudeltà”.

    Una parte del discorso è stata dedicata al ricordo degli eroi dell’esercito israeliano, a partire dal fratello Yoni, per proseguire con il figlio dell’Ambasciatore israeliano negli Usa Yechiel Leiter, gravemente ferito in un recentissimo attentato. Il suo sacrificio non sarà inutile, ha detto, e ne ha tratto spunto per fare appello all’unità del popolo israeliano al di là della fazioni politiche, unendo destra e sinistra, laici e religiosi, come fa l’esercito israeliano. E proprio dalle parole del fratello ucciso nell’audace operazione contro il dirottamento di un areo a Entebbe poco più di 50 anni fa, è venuta la conclusione del discorso: “Vinceremo, non abbiamo altra scelta”. Questo è il messaggio e la missione personale di Netanyahu, in un discorso fiero e coraggioso, rivolto tanto al pubblico internazionale e in particolare alla politica americana, quanto al popolo israeliano che con le prossime elezioni deve decidere non solo chi governerà in futuro, ma quale sarà la sua linea politica.

    Foto credit: Avi Ohayon, GPO

     

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