
Le elezioni
Fra poco più di quaranta giorni, il 27 ottobre, in Israele si svolgeranno le elezioni politiche, certamente le più importanti della storia recente del Paese perché decideranno chi guiderà la strategia futura e dunque in che direzione andrà lo Stato ebraico. Alle elezioni si sono presentate ben 38 liste, ma di queste probabilmente solo una dozzina entreranno in parlamento. I blocchi principali sono ancora meno: la destra religiosa di Smotrich, Ben Gvir e ora Winter, il centrodestra del Likud (Netanyahu), i due partiti charedì (“ultraortodossi”), le due liste arabe, i quattro partiti fra il centro e la sinistra unificati dal rifiuto di Netanyahu (Bennett/Lapid, Lieberman, Golan Eisenkot). Fra i quattro candidati che hanno dichiarato di aspirare a diventare il nuovo primo ministro, oltre a Netanyahu, tre vengono proprio da quest’area dell’opposizione: Eisenkot, Bennett e Lieberman. Shalom dedicherà loro dei ritratti, per permettere ai lettori italiani che non li conoscono di capire meglio la scelta dell’elettorato israeliano. Dopo l’articolo dedicato a Eisenkot lunedì scorso, il secondo di questa serie è dedicato a Naftali Bennett.
Militare e imprenditore
Nato a Haifa il 25 marzo 1972, terzogenito di due genitori ebrei americani che immigrarono in Israele da San Francisco poco dopo la guerra dei Sei Giorni, Naftali Bennett è coi suoi 54 anni ben portati il più giovane dei candidati alla carica di primo ministro; ed è anche il più ricco, avendo fondato e amministrato negli anni fra il 1999 e il 2013 alcune startup di software, di cui almeno due furono vendute per cifre superiori ai cento milioni di dollari: capitali che Bennett ha ancora moltiplicato reinvestendoli con successo nel mercato delle imprese tecnologiche. Prima di questa esperienza imprenditoriale, fra il 1990 e il 1999 Bennett ha svolto una notevole carriera militare, raggiungendo il grado di maggiore nelle forze speciali della Sayeret Matkal (le stesse in cui ha servito Benjamin Netanyahu e al comando delle quali è morto a Entebbe suo fratello Yonatan) e diventando poi comandante di compagnia nell’unità d’élite Maglan, specializzata nell’azione oltre le linee. Dopo il congedo fu richiamato in azione diverse volte, nel 2002 partecipò all’operazione “Scudo difensivo” in Giudea e Samaria, organizzata per porre fine all’ondata di attacchi terroristici arabi. Partecipò a diverse missioni. Una di queste, nel 1996, a Qana, nel Libano meridionale, finì però con un grave incidente che alcuni gli rimproverano, perché il reparto da lui guidato a quanto pare superò il limite stabilito della missione, finì in un’imboscata e Bennett dovette chiedere l’appoggio dell’artiglieria, la quale colpì un rifugio dell’Onu provocando parecchie vittime. Dopo il servizio militare si è laureato in Giurisprudenza all’Università Ebraica di Gerusalemme, si è sposato e ha quattro figli. Ora vive a Ra’anana, una cittadina qualche chilometro a nord di Tel Aviv, subito dopo Herzliya. Bennett porta sempre una kippà piccola e di maglia intrecciata attaccata con qualche trucco molto indietro sulla testa quasi calva. Nella vita israeliana il copricapo è un simbolo importante e questo rende evidente la sua appartenenza all’ala più modernista dei sionisti religiosi.
La vita politica
Il giovane imprenditore Bennett entra in politica nel 2006, iscrivendosi al Likud e diventando capo dello staff di Netanyahu. La collaborazione però si concluse presto: nel 2010 viene nominato direttore dello Jesha Council, l’organizzazione ombrello degli insediamenti oltre la linea verde e fonda con Ayelet Shaked un movimento chiamato “Israel shelì – mio Israele”. Questo l’anno dopo si fonde con “Habayit ha Yehudì – casa ebraica”, di cui Bennett diviene il leader, ottenendo nelle elezioni del 2013 un grande successo con 12 seggi (sui 120 della Knesset). Bennett, rieletto anche nel 2015 e nel 2017 entra nei governi di Netanyahu prima come ministro dell’Economia poi di Gerusalemme, degli Affari Religiosi, della Diaspora, dell’Educazione. Nel 2018 guida una scissione del suo stesso partito costituendo “Yamina – A destra”, che nelle prime elezioni del 2019 non supera lo sbarramento elettorale, ma ci riesce in quelle tenute di nuovo lo stesso anno, a causa dell’impossibilità di costituire una maggioranza. È di nuovo brevemente ministro, questa volta della Difesa, fino a rompere definitivamente con Netanyahu. Dopo nuove elezioni nel 2021, Bennett, che aveva ottenuto sei seggi, fa un patto per un governo a rotazione con Yair Lapid, il leader del più importante partito di centrosinistra, e il 13 giugno 2021 diviene primo ministro: il primo nella storia di Israele a portare la kippà. La sua maggioranza dura però appena un anno, perché troppo composita, riunendo la sua forza di destra con la sinistra anche estrema, i nazionalisti antireligiosi di Lieberman e perfino con Ra’am, un partito arabo legato alla Fratellanza Musulmana. La defezione di alcuni suoi parlamentari porta alle dimissioni di Bennett, a qualche mese di governo Lapid e a nuove elezioni, in cui Bennett non si presenta e Netanyahu vince, costituendo il governo ancora in carica. Ora Bennett è rientrato in politica, per i mesi iniziali della campagna elettorale ha guidato i sondaggi, anche assorbendo il partito di Lapid che rischiava di finire sotto la soglia di sbarramento. La mossa non ha impedito che Eisenkot lo affiancasse e rapidamente lo superasse nei sondaggi. Ma la partita non è chiusa e nelle ultime settimane si vede qualche segno di possibile nuova inversione delle posizioni nel fronte delle opposizioni.
Le prospettive
Valeva la pena di elencare, anche se sommariamente, le mosse complicate della frastagliata vicenda politica di Bennett, sia perché queste illustrano il carattere molto personalistico e pieno di colpi di scena della politica israeliana, sia perché la storia di un leader della destra ed ex rappresentante dei cosiddetti “coloni” che ha raggiunto i suoi risultati politici apparentandosi strettamente con il centrosinistra e facendo un governo appeso alla benevolenza di un partito integralista islamico incide ancora profondamente sulla sua immagine. Bennett ha molti punti forti: è già stato primo ministro, ha notevoli esperienze militari, di innovazione tecnologica e di business, ha guidato numerosi ministeri importanti salvo gli Esteri, ha buona conoscenza degli Usa e solide relazioni internazionali, è certamente brillante, ricco e molto intelligente ed ha legami autentici con la tradizione e la religione. I punti deboli che gli vengono rimproverati sono il suo percorso politico a zig-zag, in particolare il non aver mantenuto il suo impegno a non allearsi con partiti islamici, in generale una certa discrepanza fra le sue mosse pratiche e l’ideologia che ancora rivendica, cioè una posizione che i suoi avversari presentano come inaffidabile, influenzabile, guidata soprattutto dall’ambizione. È abbastanza chiaro che i suoi elettori sono sempre meno i sionisti religiosi o i nazionalisti che lo hanno portato al successo nel primo decennio della sua carriera politica. La sua eventuale vittoria dipende dalla capacità di recuperarli, senza perdere i centristi che apprezzano il suo pragmatismo e la sua modernità tecnologica ed economica.
Foto crediti immagine di copertina: Avi Ohayon / Government Press Office of Israel, tramite
Wikimedia Commons /
CC BY-SA 3.0 /
Ritaglio dall’originale.













