
Le elezioni
Fra poco più di quaranta giorni, il 27 ottobre, in Israele si svolgeranno le elezioni politiche, certamente le più importanti della storia recente del Paese perché decideranno chi guiderà la strategia futura e dunque in che direzione andrà lo Stato ebraico. Alle elezioni si sono presentate ben 38 liste, ma di queste probabilmente solo una dozzina entreranno in parlamento. I blocchi principali sono ancora meno: la destra religiosa di Smotrich e Ben Gvir e ora Winter, il centrodestra del Likud (Netanyahu), i due partiti charedì (“ultraortodossi”) le due liste arabe, i quattro partiti fra il centro e la sinistra unificati dal rifiuto di Netanyahu (Bennett/Lapid, Lieberman, Golan, Eisenkot). Fra i quattro candidati che hanno dichiarato di aspirare a diventare il nuovo primo ministro, oltre a Netanyahu, tre vengono proprio da quest’area dell’opposizione: Eisenkot, Bennett e Lieberman.
Shalom dedicherà loro dei ritratti, per permettere ai lettori italiani che non li conoscono di capire meglio la scelta dell’elettorato israeliano. Il primo di questa serie è dedicato a Gadi Eisenkot.
Sefardita
Sessantasei anni, generale, anzi ex Capo di Stato maggiore delle Forze Armate, leader di un partito nuovo che ha chiamato Yashar, cioè “dritto” cioè “retto”, “giusto”, “onesto”. Il dato da cui partire per comprendere Gadi Eisenkot è però piuttosto la sua origine geografica: nato a Tiberiade nel 1960 cresciuto Eilat (quando ancora era periferia povera e non meta di turismo internazionale), figlio di genitori immigrati in Israele dal Marocco, Eisenkot è un ebreo sefardita, dunque un outsider. Sefarditi e mizrachi sono metà della popolazione ma non hanno mai espresso finora un primo ministro. Anche la scuola in cui si è diplomato in “studi marittimi”, la Goldwater High school, è molto diversa dalle scuole dove si forma l’élite del Paese. Tutta la sua carriera successiva, inclusi gli studi universitari è stata compiuta durante la sua vita militare, che l’ha portato dalla gavetta al comando delle forze armate.
La carriera militare
Arruolatosi nel 1978 come soldato semplice nella Brigata di fanteria Golani, vi è stato promosso prima capo squadra; poi divenne comandante di compagnia. Durante la guerra del Libano, fu promosso comandante di brigata di vari reparti, fino a tornare nel 1997 alla Golani diventandone il comandante. Nel 1999 fu scelto dal primo ministro Ehud Barak come suo segretario militare e quindi promosso generale. Fu poi capo della divisione operativa dell’esercito, responsabile del comando settentrionale, dal 2013 vicecapo di stato maggiore. Nel 2014, il ministro della difesa Moshe Ya’alon lo scelse come successore di Benny Gantz a fare il capo dello stato maggiore (Ramatkal) delle Forze di difesa israeliane, un ruolo che ha occupato fino a gennaio 2019, quando si è congedato dall’esercito. Come capo delle forze armate ha gestito l’operazione “Margine di protezione” a Gaza (luglio-agosto) e soprattutto il suo seguito, in cui si consolidò l’idea che non si potesse eliminare Hamas e che lo si dovesse “gestire” con la dissuasione e le concessioni economiche. A parte la sua partecipazione a questa dottrina ora molto criticata, il contributo di Eisenkot riguardò soprattutto il rafforzamento della fanteria e delle forze corazzate e l’istituzione di un comando cibernetico unificato. Eisenkot ha lavorato anche per integrare le donne nelle forze di combattimento e si è spesso scontrato per questa ragione con i religiosi.
La carriera politica
Uscito dall’esercito e superato il periodo di lontananza dalla vita pubblica obbligatorio per i militari di alto grado, nel 2022 Eisenkot è diventato deputato nella lista di Benny Gantz e dopo il 7 ottobre è entrato con lui nel governo di unità nazionale come ministro senza portafoglio. Dopo aver criticato molto duramente già a partire dal gennaio 2024 la gestione della guerra di Netanyahu si è dimesso dal governo a giugno del 2025 e poi però è uscito subito dopo anche dal movimento di Gantz, costituendo a settembre dello stesso anno il suo partito. All’inizio sembrava un movimento fra i tanti dell’opposizione, con poco peso. Ma poi progressivamente è accaduto un fenomeno non raro nella politica israeliana e cioè che il pubblico si è appassionato per la sua presenza “nuova” e “diversa”. La solidarietà per un uomo che in guerra ha perso un figlio e due nipoti, insomma ha partecipato di persona alla tragedia collettiva, ha certamente contribuito alla sua popolarità. Ora più o meno in tutti i sondaggi, Eisenkot è il candidato più accreditato per sostituire Netanyahu, se vincerà il blocco che gli si oppone.
I punti forti e quelli deboli
Eisenkot, in testa ai sondaggi, ha evidentemente molti punti forti. Come ex generale, proietta una impressione di forza e sicurezza, che si rispecchia anche nella sua figura fisica, sempre un po’ impacciata, ma solida, quasi incrollabile. A differenza di molti concorrenti non solo non è stato coinvolto in scandali o sospetti di corruzione e affarismo, ma non appartiene a quel mondo della politica le cui trattative e i cui compromessi destano sempre sospetto nell’opinione pubblica. È un “uomo nuovo” dunque, che si è fatto da sé e non appartiene alla tradizionale aristocrazia politica e sociale israeliana. Il suo patriottismo appare fuori di dubbio e il prezzo personale che ha pagato alla guerra lo mette vicino alle famiglie dei rapiti e dei caduti. La sua figura politica ha però parecchi punti deboli. Novizio della politica e delle sue manovre, Eisenkot non ha neppure mai amministrato nessuna istituzione civile, non è stato a capo di un dicastero, né ha governato una città. Non ha relazioni internazionali fuori dall’ambiente militare, manca totalmente di esperienza diplomatica ed economica.
Il futuro politico
A metà fra punti deboli e forti c’è il fatto di non avere espresso finora posizioni nette su molti temi controversi. Il suo programma politico non è affatto chiaro, anche se certamente è il personaggio più di sinistra fra i candidati principali di queste elezioni. Ha appoggiato in passato la soluzione a due Stati, ma oggi sostiene che sotto la sua presidenza non vi sarà uno Stato palestinese; spera nell’appoggio di almeno una parte degli “ultraortodossi”, ma predica una politica rigorosa sugli arruolamenti, il tema che sta più a cuore ai charedim. Non ha chiarito mai completamente la sua proposta su Gaza e Hamas. Non lui stesso ma altri esponenti del suo partito hanno parlato di una smobilitazione degli insediamenti ebraici in Giudea e Samaria legalizzati dal governo attuale, che invece sono sostenuti da parte della sua futura coalizione. Per quanto riguarda la difficile composizione di un governo dopo le elezioni, dove difficilmente l’opposizione ebraica disporrà della maggioranza assoluta anche in caso di vittoria, Eisenkot ha fatto capire che intenderebbe costituire un governo di minoranza che si regga sull’astensione dei partiti arabi o addirittura sul sostegno esterno di uno di loro: una soluzione difficile in un momento in cui Israele si scontra con Hamas e anche in parte con l’Autorità Palestinese, già fallita del resto con il governo Bennett ed esplicitamente esclusa da alcuni dei suoi possibili alleati. Non è detto insomma che un suo governo si riesca a costituire davvero e che riesca a funzionare. Le sue posizioni si prestano alla propaganda critica dell’attuale maggioranza e probabilmente non soddisfano un’opinione pubblica che la guerra ha ancora spostato in direzione della sicurezza. Ma la politica israeliana crede più alle persone che ai programmi e riserva molte sorprese: il generale venuto dalla gavetta con l’aria decisa gode di un capitale di fiducia che probabilmente non si esaurirà prima delle elezioni.
Crediti immagine: La fotografia di Gadi Eisenkot presente in questo articolo è un’opera derivata (modificata e ritagliata) basata sulla foto originale di
יהב טרודלר (Yahav Studio),
fonte Wikimedia Commons / Wikipedia.
L’opera originale e la presente versione ritagliata sono distribuite con licenza
Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0).













