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    ISRAELE

    Israele riconosce il genocidio armeno

    Il riconoscimento
    Con una decisione unanime del Consiglio dei ministri, su proposta del ministro degli Esteri Gideon Sa’ar, lo Stato di Israele ha riconosciuto domenica scorsa il genocidio degli armeni, avvenuto circa un secolo fa tra il 1915 e il 1916 (con prolungamenti fino al 1923 in alcune aree). La decisione va inquadrata nella tensione crescente con la Turchia. Finora la preoccupazione di non dare pretesti all’opinione pubblica turca e soprattutto al governo di Erdogan, negazionista sul genocidio armeno come tutti i governi precedenti e tendenzialmente ostile a Israele, aveva consigliato di evitare questo passo. C’erano stati i riconoscimenti di alcune città come Haifa e Petah Tikvah e il parere favorevole delle commissioni competenti della Knesset e perfino un’opinione personale di Netanyahu espressa in un’intervista, ma mancava una presa di posizione ufficiale dello Stato (che andrà ancora perfezionata da un voto parlamentare). Adesso però i rapporti si sono così deteriorati e l’aggressività turca verso Israele è arrivata al punto tale che non ha più senso trattenersi dal dire la verità. Come ha detto lo stesso Sa’ar, non è mai troppo tardi per “compiere un dovere storico e morale”.

    L’Azerbaigian
    Sempre sul piano politico bisogna tener conto però della forte opposizione dell’Azerbaigian, nemico storico dell’Armenia. Si tratta di uno Stato musulmano e sciita, che appartiene a un gruppo etnico fortemente rappresentato anche in Iran, con cui condivide un confine importantissimo perché piuttosto vicino a Teheran. L’Azerbaigian è un’ex repubblica sovietica retta ancora dalla dittatura degli Aliyev, la famiglia al potere fin dai tempi dell’Urss. Ma esso si è progressivamente avvicinato all’Occidente ed è diventato un alleato importantissimo per Israele a causa delle forniture energetiche e soprattutto del valore militare della sua posizione. Israele gli ha fornito molte delle armi con cui ha vinto le guerre con l’Armenia per il Nagorno-Karabakh (2020-2023) e l’Azerbaigian ha permesso a Israele azioni di intelligence e forse anche attività militari vere e proprie durante la guerra con l’Iran. Il riconoscimento del genocidio armeno certamente dispiace all’Azerbaigian, anche se il Paese non è coinvolto in questo crimine, perché al tempo del genocidio non esisteva ancora come Stato indipendente con questo nome, ma era una regione dell’Impero zarista. Ma bisogna supporre che Israele, molto attento ai rapporti diplomatici nella regione, non abbia fatto questa mossa senza assicurarsi che essa non provocasse una vera crisi con gli azeri.

    Il riconoscimento internazionale
    Il riconoscimento del genocidio armeno è un dovere morale per tutti. Anche l’Italia l’ha proclamato con una mozione della Camera dei Deputati nel 2019 e così anche Francia, Germania, USA, Canada e altri trenta stati circa. La ragione è che si tratta del solo caso, oltre alla Shoah, in cui uno Stato moderno abbia sterminato e cercato di eliminare completamente un gruppo etnico e religioso di suoi cittadini. Ma a differenza della Germania, che ha riconosciuto la sua colpa (prima con un discorso del cancelliere Adenauer nel 1951 e poi fra l’altro con il celebre omaggio in ginocchio reso dal suo successore Willy Brandt alle vittime del Ghetto di Varsavia, nel 1970) e ha pagato riparazioni politiche ed economiche a Israele, la Turchia ha sempre negato il genocidio, ha rifiutato ogni riparazione e ha mostrato costante ostilità all’Armenia, prima facendo guerra all’effimera Repubblica Armena pre-sovietica del 1918-20, poi cercando di isolare e di danneggiare il più possibile lo Stato indipendente attuale, costituito nel 1991. Il riconoscimento del genocidio armeno, anche quello senza conseguenze politiche ed economiche proclamato da molte città e regioni anche in Italia, è stato combattuto e sabotato dai turchi in ogni maniera possibile e lo è ancora. Questo ostinato negazionismo ha avuto un certo successo nel nascondere l’atroce sterminio compiuto dal governo dei Giovani Turchi in tutto l’Impero ottomano. Fu un’operazione capillare: la caccia agli armeni famiglia per famiglia, uomo per uomo; la loro uccisione sul posto o spedendoli a morire nel deserto siriano; l’esproprio delle loro case, dei loro averi, la distruzione di tutti i monumenti e perfino di chiese millenarie e cimiteri; il rapimento dei bambini da allevare come turchi e delle donne usate come schiave sessuali. Alla fine le vittime furono circa un milione e mezzo sui due milioni della popolazione armena dell’Impero Ottomano.

    L’importanza per il popolo ebraico
    Il dovere del riconoscimento è però particolarmente importante per il popolo ebraico. Furono ebrei i principali testimoni che denunciarono lo sterminio, dall’ambasciatore americano Henry Morgenthau che cercò di mobilitare il suo governo, a Aaron Aaronsohn e sua sorella Sarah, che vedendo le stragi allestirono una rete antiturca in Terra di Israele, al grande scrittore ebreo tedesco Franz Werfel che diffuse la storia del genocidio e della resistenza armena col suo romanzo “I quaranta giorni del Musa Dagh”. Il governo dei Giovani Turchi, che aveva il progetto generale di “purificare” l’impero ottomano dagli “estranei”, dopo lo sterminio degli armeni (e anche dei greci e dei cristiani di Siria), progettava di eliminare tutti gli ebrei presenti in quello che oggi è Israele.

    Il rapporto con la Shoah
    Soprattutto il genocidio degli armeni è per molti versi il precedente diretto della Shoah. Quando il genocidio si svolse, la Turchia era alleata della Germania nella Prima guerra mondiale; ne furono testimoni (spesso complici, qualche volta però anche moderatori) i numerosi ufficiali tedeschi che facevano da consulenti militari per le forze armate turche. Alcune delle tecniche usate per rastrellare e sterminare gli armeni, che erano cittadini e vivevano in tutto l’impero ottomano, come l’impiego di gruppi speciali per razziare i villaggi, i campi di concentramento e le marce della morte, furono riprese e perfezionate dai nazisti contro gli ebrei. Lo stesso Hitler, alla vigilia dello scoppio della Seconda guerra mondiale (22 agosto 1939), in un discorso ai capi militari, che si mostravano riluttanti allo sterminio degli ebrei temendo di essere poi incriminati per le stragi che veniva loro richiesto di compiere, pronunciò una allucinante argomentazione giustificativa: “Chi, dopo tutto, parla oggi dello sterminio degli armeni?” [a vent’anni o poco più dal genocidio]. Chi dunque si ricorderà, voleva concluderne Hitler, degli ebrei se li sterminiamo tutti? Il Führer si sbagliava sugli ebrei e anche sugli armeni. Anche per questo il ricordo della Shoah come del Mets Yeghern (il “grande male”, nome armeno del genocidio) e il riconoscimento di Israele con l’autorità morale che viene al popolo ebraico dalla Shoah, benché tardivo, è importantissimo.

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