Skip to main content

Ultimo numero Maggio – Giugno 2026

Scarica il Lunario

Contatti

Lungotevere Raffaello Sanzio 14

00153 Roma

Tel. 0687450205

redazione@shalom.it

Le condizioni per l’utilizzo di testi, foto e illustrazioni coperti da copyright sono concordate con i detentori prima della pubblicazione. Qualora non fosse stato possibile, Shalom si dichiara disposta a riconoscerne il giusto compenso.
Abbonati


    ITALIA

    Le Madri della Repubblica

    Ventuno donne, meno del quattro percento dell’aula. Eppure la loro firma è incisa in ogni articolo che oggi ci protegge

    Il 2 giugno scorso, dal Quirinale, Paola Cortellesi ha ricordato Irma Bandiera, fucilata a ventinove anni, che scriveva alla madre prima di morire che era caduta perché quelli che sarebbero venuti dopo potessero vivere liberi. Ha ricordato che questa Repubblica nacque anche dal voto delle donne — per la prima volta, in quella giornata di ottant’anni fa. E ha detto che ci sono promesse fatte a donne coraggiose che non sono ancora state mantenute.

    Quella storia, però, non appartiene solo a chi oggi la racconta. Appartiene a chi l’ha vissuta e scritta: le ventuno donne elette all’Assemblea Costituente nel 1946, i cui nomi sono rimasti troppo a lungo nell’ombra.

    Da dove venivano

    Per capire chi erano, bisogna capire da dove venivano. Sotto il regime fascista le donne non erano soltanto escluse dalla vita pubblica: furono progressivamente ricondotte, anche per legge, a un unico ruolo considerato «naturale» — moglie, madre, custode del focolare. La propaganda fascista non si limitava a escluderle: le convinceva che quell’esclusione fosse la loro vocazione.

    Eppure qualcosa resisteva. Quattordici delle ventuno costituenti elette erano laureate, la maggior parte lavorava, diverse venivano dalla Resistenza. Nell’aula portarono non solo idee — portarono vite. Vite che avevano conosciuto la guerra, il clandestino, il confino, la fabbrica, la fame. Una considerazione non sentimentale, ma epistemica: sapevano cose che i colleghi maschi non sapevano. Avevano visto angoli della realtà italiana che la politica del tempo continuava a ignorare.

    Il 2 giugno 1946

    L’89% delle aventi diritto si riversò alle urne: dodici milioni di donne contro undici milioni di uomini. Non era timidezza. Era una risposta — piena, sonante, inequivocabile — a vent’anni di esclusione. Da quel voto uscirono elette, su cinquecentocinquantasei seggi totali, ventuno donne, da forze politiche diverse: nove dal Partito Comunista, nove dalla Democrazia Cristiana, due dal Partito Socialista, una dal Fronte dell’Uomo Qualunque.

    Adele Bei, Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria Federici, Nadia Gallico Spano, Angela Gotelli, Angela Guidi Cingolani, Nilde Iotti, Maria De Unterrichter Jervolino, Teresa Mattei, Lina Merlin, Angiola Minella, Rita Montagnana, Maria Nicotra, Teresa Noce, Ottavia Penna Buscemi, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, Vittoria Titomanlio.

    Meno del quattro percento. Eppure la loro traccia nella Costituzione è sproporzionata rispetto al numero: la qualità di una presenza non si misura con i seggi occupati, ma con la profondità delle domande che si è capaci di portare dentro un’aula.

    Teresa Mattei e le due parole che cambiarono tutto

    Aveva venticinque anni quando fu eletta. Aveva combattuto nelle brigate garibaldine del Fronte della Gioventù. Il suo contributo più duraturo alla Costituzione fu l’aggiunta, nell’articolo 3, di «di fatto»: non basta dichiarare che tutti sono uguali, bisogna riconoscere che di fatto non lo sono, e impegnarsi a rimuovere gli ostacoli che perpetuano quella disuguaglianza. Due parole che trasformano un principio astratto in un mandato concreto.

    Mattei si batté anche perché fosse affermato il diritto delle donne ad accedere ad ogni grado della Magistratura. Perse. Le donne vi entrarono solo nel 1963 — sedici anni dopo. La sua lucidità nell’individuare le contraddizioni della realtà quotidiana conserva ancora oggi tutta la sua forza:

    «Vi sono in Italia innumerevoli casi di lavoratrici costrette ad una vita familiare irregolare, numerose madri di figli illegittimi, solo perché, per non perdere il pane, devono rinunciare a contrarre regolare matrimonio.»

    Stava descrivendo donne reali, in carne e ossa, che la politica maschile della Repubblica nascente faticava a vedere perché non aveva mai vissuto in quei corpi, in quelle case.

    Lina Merlin: la prima parola dell’articolo 3

    Cinquantanove anni, socialista veneta, anni di confino alle spalle. A lei è attribuito il merito di aver inserito nell’articolo 3, come primo tra i fattori di discriminazione vietati, le parole «di sesso». Prima della sua proposta, il testo prevedeva già l’elenco delle distinzioni proibite — razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali. Merlin aggiunse il sesso. E lo mise al primo posto. Fu una scelta precisa: la discriminazione di genere non è una questione laterale — è la prima, la più antica, la più pervasiva delle discriminazioni.

    La Legge Merlin — approvata nel 1958 dopo un decennio di battaglie parlamentari, che aboliva le case chiuse e introduceva i reati di sfruttamento della prostituzione — è l’emblema di una tenacia rara. Ai colleghi che sostenevano la necessità di «regolamentare», Merlin rispondeva con chiarezza: «Regolamentare la prostituzione non significa incanalarla perché non dilaghi, ma organizzarla e favorirla.» Una frase modernissima: il dibattito che descrive non è mai stato chiuso.

    Nilde Iotti e la famiglia come pari dignità

    Ventisei anni il 2 giugno 1946. Partigiana emiliana. Sarebbe diventata, nel 1979, la prima donna a presiedere la Camera dei deputati. In Assemblea Costituente fu nominata relatrice sul tema della famiglia, e propose una visione radicalmente nuova: non la struttura gerarchica dove il marito detiene la potestà sulla moglie, ma l’unione fondata sulla parità morale e giuridica dei coniugi.

    L’articolo 29 sancì quell’uguaglianza. Ma attese fino al 1975 per trovare attuazione nella riforma del diritto di famiglia — quasi trent’anni in cui il principio esisteva sulla carta e nella vita reale il marito continuava ad avere potestà legale sulla moglie. Iotti combatté anche per i figli nati fuori dal matrimonio: l’equiparazione effettiva fu completata solo nel 2012.

    Teresa Noce: il lavoro come giustizia

    Operaia tessile torinese, sindacalista, sopravvissuta ai campi di concentramento nazisti. Fu la principale architetta dell’articolo 37: la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. La sua voce in aula era netta: «Non chiediamo privilegi, chiediamo giustizia.»

    Eppure anche lì rimase una crepa. La formula dell’«essenziale funzione familiare» entrò nel testo definitivo, cristallizzando un assetto del lavoro domestico ancora oggi irrisolto. Le costituenti sapevano che era un compromesso — lo accettarono perché senza di esso non avrebbero ottenuto nemmeno la parità salariale. Ma quella parola, «essenziale», restò lì come una crepa nel muro.

    La rivoluzione concettuale più profonda

    Le ventuno provenivano da culture politiche profondamente diverse — comuniste e democristiane, socialiste e qualunquiste. Eppure su un punto trovarono voce comune: i diritti delle donne non sono diritti di una categoria, sono diritti dell’umanità. Escludere metà della popolazione dalla vita pubblica non è solo un’ingiustizia verso quella metà — è una menomazione del corpo politico intero.

    La loro rivoluzione concettuale più profonda fu portare la sfera del «privato» sotto la luce del diritto pubblico. La famiglia, il corpo, la maternità, la violenza nelle mura di casa — tutto ciò che la politica aveva sempre considerato materia «privata» divenne oggetto della Carta fondamentale. Non ci sono domini della vita che possano essere lasciati all’arbitrio del più forte. La legge segue il corpo. La legge entra nella casa.

    Le promesse non ancora mantenute

    L’articolo 3 promette che la Repubblica rimuove gli ostacoli al pieno sviluppo della persona. La violenza di genere miete in Italia circa cento vittime l’anno. L’articolo 37 promette parità salariale: il gender pay gap si attesta tra il 13 e il 16 percento. L’articolo 51 promette parità nell’accesso alle cariche elettive: le donne in Parlamento oggi sono circa il 35 percento — un record storico, ottant’anni dopo.

    Queste cifre non sono un fallimento della Costituzione: sono la prova che la Costituzione era più avanti della società che la stava scrivendo. Le madri costituenti avevano piantato dei paletti nel terreno — paletti verso i quali la realtà ha camminato, lentamente, a volte tornando indietro.

    Il 1° gennaio 1948, quando la Costituzione entrò in vigore, Angiola Minella scrisse sul suo diario: «Si è realizzato il mio sogno, la Costituzione entra in vigore… è anche la Costituzione delle donne.» «Anche.» Non solo, non finalmente, non compiutamente. Anche. Una parola che contiene tutto: la soddisfazione di avercela fatta e la consapevolezza che non bastava. Che era un inizio, non un punto di arrivo.

    Un mandato per il presente

    Ottant’anni fa, ventuno donne entrarono in un palazzo che non era stato costruito per loro, si sedettero in un’aula dove erano minoranza, e scrissero parole che ancora oggi proteggono milioni di persone.

    Recuperare i nomi di Teresa Mattei, Nilde Iotti, Lina Merlin, Teresa Noce dall’ombra in cui sono rimasti a lungo non è un atto puramente memoriale. È un atto politico. Ogni volta che il nome di una donna viene restituito alla storia, si restituisce visibilità a una genealogia. E le genealogie contano: dicono chi siamo e da dove veniamo, e quindi — cosa è lecito pretendere.

    Le promesse non mantenute non sono un’accusa rivolta al passato. Sono un mandato per il presente.

    Foto credit: Presidenza della Repubblica / Quirinale.it

    CONDIVIDI SU: