
Che cos’è l’Opec
Nel grande fragore della guerra militare e commerciale intorno al Golfo, una notizia è probabilmente sfuggita all’attenzione generale: l’uscita degli Emirati Arabi dall’Opec. L’Organizzazione dei Paesi Esportatori del Petrolio è un cartello di Stati (fra cui oggi Algeria, Arabia Saudita, Venezuela, Iran, Kuwait, Libia, Nigeria, ma non Usa, Russia, Norvegia), che controllano il 70% delle riserve petrolifere mondiali. L’organizzazione fu fondata nel 1960 per creare un contropotere al predominio delle compagnie di distribuzione petrolifera basate prevalentemente nel mondo occidentale (soprattutto Usa, Gran Bretagna, Olanda) e ridistribuire più equamente i profitti della materia prima fondamentale del mondo moderno. Per riuscirci, l’Opec da allora ha coordinato strettamente i volumi della produzione e dunque il prezzo del petrolio, esercitando un potere fondamentale sull’economia mondiale. Ma ben presto l’Opec assunse anche un ruolo politico, rappresentando l’arma più importante del cosiddetto Terzo Mondo e in particolare dei Paesi Arabi contro l’Occidente. L’esempio più clamoroso di questa azione politica, spesso appoggiata dal di fuori dall’Urss, fu la crisi energetica del 1973 (il “grande shock petrolifero”), quando l’Opec si rifiutò di vendere petrolio ai paesi occidentali che non avevano contrastato Israele nella guerra del Kippur. Tale boicottaggio provocò un incremento del 70% nel prezzo del greggio, che durò per cinque mesi, innescando una gravissima crisi economica mondiale (quella che oggi l’Iran vorrebbe riprodurre) e riuscendo effettivamente a spostare la posizione dell’Europa in senso anti-israeliano e anti-americano.
Il ruolo degli Emirati
Il mutamento del mercato del petrolio con l’autosufficienza raggiunta dagli Usa, la caduta dell’Urss, le forti tensioni politiche fra i paesi membri (a partire dalla guerra del Golfo del 1990-1991 fra Iraq e Iran) ridussero molto fortemente il potere dell’Opec già dagli Anni Novanta. Poi il cartello, che ora mirava alla stabilità dei prezzi a discapito della volontà espansionista di alcuni dei suoi membri, iniziò a sgretolarsi. L’Indonesia ne uscì dal 2009, nel 2014 lo fece il Qatar, a partire dal 1 maggio scorso se ne sono andati gli Emirati, che sono al settimo posto fra i produttori mondiali del petrolio e al terzo dentro l’Opec. La mossa emiratina si spiega non solo con la scarsa efficacia commerciale dell’organizzazione, ma soprattutto con le tensioni politiche del Medio Oriente. E’ ovviamente difficile per gli Emirati condurre una politica comune sulla risorsa economica principale dei due paesi proprio con l’Iran, che li ha bombardati ferocemente nei mesi scorsi. Ma anche con l’Arabia Saudita, paese da sempre leader dell’Opec ed essa pure vittima dell’aggressione iraniana, gli Emirati hanno accumulato notevoli tensioni, tanto per l’appoggio a fazioni diverse nella guerra civile dello Yemen, che ha portato i due paesi a un’aspra contrapposizione alcuni mesi fa, quanto per la concorrenza economica e il rapporto con Israele. Gli Emirati sono stati il paese arabo centrale degli “accordi di Abramo” già dal 2020, mentre l’Arabia ancora esita e entrarvi; il loro rapporto con Israele si è da allora sviluppato moltissimo non solo sul piano commerciale e turistico (vi sono diversi voli ogni giorno fra Dubai e Tel Aviv; a Dubai hanno sede molti imprenditori israeliani, imprese, perfino delle sinagoghe ufficialmente stabilite) ma anche su quello militare. E’ uscita di recente la notizia che nel piano della guerra dei missili del marzo scorso, Israele ha concesso agli Emirati l’uso di alcune batterie di Iron Dome e forse anche della versione laser Iron Beam, gestiti in loco da personale israeliano: un contributo del tutto eccezionale nel momento in cui anche il territorio israeliano era sotto tiro dall’Iran e dal Libano, che Israele non aveva mai deciso per alcun altro paese.
Lo schieramento con Israele
L’uscita degli Emirati dall’Opec insomma è un gesto politico prima che economico; essa testimonia di una scelta di campo a lato dell’America e di Israele che va ben al di là di una normalizzazione. Gli Emirati aspirano da tempo a non essere più un’economia basata sul petrolio, risorsa che prima o poi si esaurirà, ma il centro della modernizzazione del mondo arabo: un grande centro di innovazione tecnologica, finanziaria, un grande punto di scambio logistico e turistico fra Occidente e Oriente, un paese aperto socialmente e religiosamente (anche se non politicamente). In buona parte ci sono già riusciti, per esempio costruendo aeroporti (Dubai e Abu Dabi) e linee aeree (Emirates e Etihad) che sono preminenti negli scambi fra Europa e Asia, un centro finanziario fra i primi al mondo, un emporio di grande successo. Israele è per gli Emirati non solo l’esempio di come un piccolo stato isolato dai suoi vicini possa raggiungere una grande sviluppo economico, tecnologico e sociale, ma un alleato essenziale nell’impresa di saltare dal sottosviluppo alla postmodernità. Non si tratta di una “pace fredda” come quella che Israele ha con Egitto e Giordania, ma di una vera alleanza politica, economica e militare. L’impresa degli Emirati sta riuscendo anche grazie a una politica che ha abbandonato gli schieramenti tradizionale in nome dello sviluppo. L’uscita dall’Opec è l’ultimo passo di questa avventura che, se si affermasse, potrebbe influenzare tutto il Medio Oriente.















