
Edith Eger, sopravvissuta alla Shoah, psicologa clinica e autrice di bestseller tradotti in tutto il mondo, è morta il 27 aprile a San Diego all’età di 98 anni. Lo ha annunciato la famiglia attraverso i social media, comunicando che la morte è avvenuta serenamente, circondata dai familiari. “Oggi la nostra carissima Edie ha lasciato il suo corpo terreno”, si legge nel messaggio. “Siamo stati tutti toccati dalla sua vita e terremo viva la sua memoria con le nostre azioni”.
Nata nel 1927 a Košice, allora parte della Cecoslovacchia, da una famiglia ebrea, Eger era la più giovane di tre sorelle. Prima della guerra studiava danza classica e ginnastica. Nel 1944, a diciassette anni, fu deportata ad Auschwitz insieme ai genitori Ilona e Lajos Elefànt e alla sorella Magda. I genitori furono uccisi nelle camere a gas. Nel campo, Eger fu costretta a esibirsi in una danza davanti a Josef Mengele, il medico delle SS responsabile delle selezioni all’ingresso del lazzaretto. Lei e Magda sopravvissero e furono liberate dalle forze americane nel 1945. Solo allora appresero che anche la sorella di mezzo, Klara, era sopravvissuta.
Dopo la guerra, Eger sposò Béla Eger, anch’egli reduce, e nel 1949 la coppia emigrò negli Stati Uniti, stabilendosi inizialmente a Baltimora e poi a El Paso. In America intraprese gli studi in psicologia, strinse un sodalizio intellettuale con Viktor Frankl, autore di Uno psicologo nei lager, e conseguì il dottorato in psicologia clinica all’Università del Texas con una tesi su come alcuni bambini che vivono esperienze traumatiche riescano in età adulta a condurre vite pienamente funzionali. In seguito si trasferì in California, dove aprì uno studio clinico a La Jolla, entrò nel corpo docente del dipartimento di psicologia della UC San Diego e si affermò come esperta nel trattamento del disturbo post-traumatico da stress.
La notorietà internazionale arrivò nel 2017 con la pubblicazione del memoir The Choice: Embrace the Possible, scritto a novant’anni e diventato un bestseller in numerosi paesi. Il libro, che intreccia la testimonianza della deportazione con la riflessione psicologica sul trauma e la resilienza, fu seguito da The Gift: 12 Lessons to Save Your Life e da The Ballerina of Auschwitz, adattamento per giovani adulti. In un’intervista rilasciata nel 2024 aveva sintetizzato così il proprio approccio: “Ad Auschwitz non ho mai perso la speranza. Era temporaneo, e si va avanti un giorno alla volta. Cambi la mente, cambi la vita”.
Eger aveva sempre mantenuto un legame forte con la propria identità ebraica. “Siamo sopravvissuti a così tanto, e continuiamo a sopravvivere”, aveva dichiarato. “Sono una donna ebrea molto orgogliosa”. Il nipote Jordan Engle, che l’accompagnava spesso nelle apparizioni pubbliche, ha ricordato il nucleo del suo messaggio: “Quello che faceva Edie era darti un modo di guardare all’evento traumatico che ti è capitato come a qualcosa che può renderti più forte”.
Edith Eger lascia tre figli, tra cui Marianne, moglie del premio Nobel per l’Economia 2003 Robert Engle, cinque nipoti e sette pronipoti. La sua eredità prosegue attraverso la Edith Eger Foundation.















