
Ci sono giorni dell’anno che non si lasciano attraversare con leggerezza. Giorni che chiedono presenza, memoria, radicamento.
Per me, vivere lontano da Israele significa soprattutto questo: imparare a stare dentro a giornate che, anche a distanza, continuano a definirmi. Tra tutte, ce ne sono due che porto addosso con un’intensità particolare: Yom HaZikaron e Yom HaAtzmaut. Due giorni opposti, almeno in apparenza. Uno fatto di silenzio, l’altro di voce. Uno di assenza, l’altro di presenza. Eppure, profondamente, inevitabilmente, lo stesso giorno.
Yom HaZikaron non è solo una commemorazione. È un tempo sospeso. In Israele, lo si sente nell’aria: le sirene che fermano il tempo, le strade che si immobilizzano, i corpi che si raddrizzano in piedi, anche nel mezzo della corsa quotidiana. È un dolore collettivo che non ha bisogno di essere spiegato, perché è condiviso, riconosciuto, quasi respirato insieme. Da lontano, tutto questo cambia. Non c’è la sirena che attraversa il corpo. Non c’è quel silenzio che si impone anche a chi non lo cerca. E allora il ricordo diventa un atto volontario. Intimo. Quasi fragile. Ricordare da lontano è diverso. È più difficile, ma forse anche più consapevole. Perché nessuno ti ferma. Sei tu che scegli di fermarti.
E poi, senza transizione, senza respiro, arriva Yom HaAtzmaut. In Israele non c’è davvero una separazione netta tra i due giorni. Il passaggio è quasi brutale, e proprio per questo autentico. Il dolore non scompare: si trasforma. Si solleva. Si intreccia alla gioia. È una gioia che non è mai ingenua. Non è leggerezza. È una gioia che conosce il prezzo che è stato pagato. Da lontano, questo passaggio è ancora più complesso. Perché la gioia, se non è condivisa, rischia di sembrare fuori luogo. E il dolore, se non è visibile, rischia di diventare silenzioso. E allora ci si trova in uno spazio intermedio.
Un luogo emotivo che non è né completamente lutto né completamente festa. Ma forse è proprio lì che questi due giorni trovano il loro significato più profondo.
Perché Yom HaZikaron e Yom HaAtzmaut non sono due realtà separate. Sono un unico movimento. Non c’è indipendenza senza memoria. E non c’è memoria che non chieda di trasformarsi in continuità. Forse è per questo che, anche lontano, questi giorni restano così forti. Perché non parlano solo di un luogo geografico. Parlano di appartenenza.
Di ciò che scegliamo di portare con noi, anche quando non siamo lì. Vivere questi giorni fuori da Israele significa costruire un piccolo spazio interno in cui tutto questo possa accadere comunque. Fermarsi, anche senza sirena. Ricordare, anche senza una cerimonia. Celebrare, anche senza una piazza piena. Significa accettare che il passaggio tra dolore e gioia non avvenga fuori, ma dentro. E forse, in questo, c’è una forma diversa di vicinanza, che è più silenziosa ma non meno reale.
La nostra identità non si misura in chilometri e ci sono giorni che non dipendono da dove ti trovi, ma da quanto sei disposto a sentirli. E questi due giorni, così lontani e così intrecciati, continuano a ricordarmelo ogni anno. Che l’identità non è solo un luogo, è un legame, e ci sono momenti nella vita che in realtà non si attraversano mai da soli. E forse è proprio nel passaggio tra questi due giorni che si nasconde qualcosa che ha a che fare anche con la cucina. Perché la cucina mediorientale non è mai semplice. È fatta di strati, di sovrapposizioni, di storie che si intrecciano. Un po’ come il legame tra Yom HaZikaron e Yom HaAtzmaut.
Vi propongo oggi una ricetta tipica mediorientale: la Baklava!
Ingedienti:
- 400 g pasta fillo
- 250 g noci (o pistacchi, o mix)
- 120 ml olio di semi (o metà olio metà margarina per più gusto)
- 1 cucchiaino cannella
- 150 g zucchero
Per lo sciroppo:
- 200 ml acqua
- 200 g zucchero
- 2 cucchiai miele
- Succo di mezzo limone
Procedimento:
Tritate grossolanamente la frutta secca e mescolatela con zucchero e cannella. Ungete una teglia e iniziate a creare gli strati: due fogli di pasta fillo, spennellati con olio, poi un po’ di ripieno. Ripeti, costruendo strato dopo strato. Terminate con diversi fogli di fillo ben unti. Tagliate a rombi prima della cottura. Cuocete a 180°C per circa 35–40 minuti, finché è dorata.
Nel frattempo, preparate lo sciroppo: portate a ebollizione acqua, zucchero, miele e limone, poi lasciate intiepidire. Appena la baklava esce dal forno, versate sopra lo sciroppo. Lasciate assorbire.
Illustrazione di Ludovica Anav















