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    Mondo

    Iran: guerra, trattative, strategie

    Le strategie contrapposte
    La guerra prosegue secondo il suo copione terribile e monotono. Israele e gli Stati Uniti colpiscono con la precisione dei bombardamenti mirati impianti militari, industrie strategiche, centri di comando e di controllo, capi politici e militari. Gradualmente gli attacchi estendono gli obiettivi su infrastrutture finora risparmiate, come ponti, ferrovie, impianti energetici. L’Iran reagisce mirando alla popolazione civile, a case, alberghi, impianti vari. Perlopiù usa proiettili a frammentazione o diffusione, concepiti per creare il danno più diffuso possibile a bersagli generici e poco protetti. Non solo le corazzature degli impianti militari, ma anche i rifugi delle abitazioni bastano perlopiù a difendere ciò che vi viene protetto. L’effetto di questi bombardamenti è terroristico, non militare.

    Il conflitto della comunicazione
    Nel contempo però prosegue la guerra comunicativa, con diffusione di fake news (Netanyahu morto, Trump in ospedale, Tel Aviv in fiamme, le portaerei americane affondate, ecc.), bevute avidamente dall’opinione pubblica occidentale, cui sono rivolte. Nonostante l’evidenza di una sconfitta catastrofica, della distruzione sistematica delle sue forze armate e sempre più dell’infrastruttura civile e militare, l’Iran tenta di proiettare l’immagine di una vittoria, per il fronte interno, per la popolazione del Medio Oriente e anche per terrorizzare la pavida opinione pubblica europea. Le “indiscrezioni”, le “rivelazioni”, anche le polemiche che cercano di squalificare Israele (come quelle recenti su Pizzaballa e la legge sulla pena di morte) fanno parte di questa guerra di comunicazione.

    Le trattative
    Vi sono tentativi di trattative, condotti ora dal Pakistan dopo che gli stessi bombardamenti iraniani hanno reso impossibile la mediazione di paesi amici come Oman e soprattutto Qatar. Lunedì il Pakistan ha presentato una proposta di cessate il fuoco per un periodo abbastanza lungo in cambio dell’apertura dello stretto di Hormuz. È uno schema chiaramente favorevole all’Iran che non avrebbe perso in prospettiva la propria capacità di colpire le navi nello stretto e avrebbe avuto modo di riorganizzarsi dopo che la sua catena di comando era stata distrutta dai bombardamenti. Trump ha espresso un’apertura parziale (“interessante ma insufficiente”) e però una chiusura assoluta è venuta proprio dall’Iran. Ne è seguita, almeno fino al momento in cui questo articolo è scritto, una sospensione delle trattative, anche se Trump spesso assicura di avere dei canali con i vertici della Repubblica Islamica, altrettante volte però smentito dai personaggi più esposti, come il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Ghalibaf, e il ministro degli esteri Abbas Araghchi.

    Chi gestisce il potere in Iran?
    Il fatto è che dall’esterno non si capisce chi davvero abbia il potere oggi in Iran. Si ripetono le voci di uno stato di più o meno totale incapacitazione o addirittura di incoscienza e agonia della nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei, ferito dallo stesso bombardamento che ha ucciso suo padre Alì Khamenei all’inizio della battaglia; ma se le cose stanno davvero così, non si capisce perché a ricoprire il ruolo che comporta un potere assoluto su tutte le scelte civili e militari sia stato scelto un uomo che doveva essere già moribondo o quasi al momento della sua elezione, venti giorni fa. L’idea più accreditata è che il potere oggi non sia nelle mani dell’apparato politico del regime, ma del suo braccio militare, in particolare della milizia dei Pasdaran e dunque del suo capo Ahmad Vahidi, ex ministro della Difesa sotto Ahmadinejad e dell’Interno con il presidente Raisi e soggetto a sanzioni da parte degli Stati Uniti per il suo ruolo nella repressione delle proteste. Un estremista, dunque, che ha tutto da perdere anche sul piano personale in una normalizzazione, non certo un uomo della trattativa.
    Quel che si prospetta dunque (almeno al momento in cui questo articolo è scritto, perché con Trump ogni sorpresa è possibile) è una prosecuzione e una accentuazione della dinamica del conflitto. La coalizione sta già realizzando i bombardamenti alle infrastrutture industriali, ha distrutto le acciaierie iraniane e si appresta a fare lo stesso con gli impianti di trasporti (i treni, i ponti stradali, i porti e quel che resta degli aeroporti) e con le industrie petrolchimiche, che finora sono state risparmiate per non aumentare lo shock petrolifero. L’Iran, aiutato dalle informazioni satellitari cinesi e russe, sparerà i suoi missili, quelli che gli restano, il cui numero è difficile precisare ma che certo non sono infiniti e il loro esaurimento o la loro distruzione quasi completa cambierebbe totalmente il gioco. Li spara sui paesi del Golfo e su Israele, cercando di fare più male possibile e di creare il maggior numero di danni all’economia mondiale, in modo da piegare l’opinione pubblica della coalizione e di mobilitare i governi dell’Europa, dell’India, del Giappone.

    I due possibili esiti
    Si tratterà di vedere se però prima che questa strategia abbia effetto, emergeranno le fratture già presenti nella società iraniana e se la devastazione anche economica di questa guerra produrrà un’opposizione, per esempio, nell’esercito (che è altra cosa dai pasdaran) e nella borghesia dei bazar. Oppure se l’amministrazione americana e quella israeliana saranno costrette a fermarsi, a cercare una tregua, considerando che per entrambe si prospettano difficili elezioni in autunno. Ma sia Trump che Netanyahu sanno che questa guerra non può concludersi con un compromesso, perché il rischio dell’aggressività del regime sciita si ripresenterebbe aggravata e ancor più inestirpabile dopo la ricostruzione che sarebbe certamente agevolata dagli aiuti cinesi. Questa partita, infatti, non è solo regionale, ma globale e da essa dipende l’equilibrio mondiale delle forze nei prossimi decenni. E qualunque risultato inferiore alla resa completa dell’Iran, del suo progetto atomico, dei suoi missili e del suo regime sarebbe una sconfitta globale per gli Usa e lascerebbe Israele sotto un pericolo incombente di genocidio.

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