
La Compagnia del Teatro Giudaico Romanesco torna in scena ad aprile con la nuova commedia “Rangavve e Ngacirudde”. A raccontarla a Shalom è la regista Giordana Sermoneta.
Di cosa parla la commedia?
Questa commedia trae spunto da un grande classico: “Miseria e nobiltà” di Eduardo Scarpetta. Naturalmente non si tratta di una riproposizione fedele. L’originale è ambientato a Napoli, mentre la nostra versione è collocata a Roma, qualche anno dopo l’apertura dei cancelli del ghetto, quindi alla fine dell’Ottocento. È una commedia in costume, con un forte legame al contesto storico e sociale dell’epoca. Non è la storia di “Miseria e nobiltà” così come è stata scritta. Abbiamo preso soltanto lo spunto iniziale e lo abbiamo riadattato. Anche perché, per gli ebrei dell’epoca, la “nobiltà” non esisteva: non c’erano nobili, ma semmai benestanti. Per questo sono stati necessari cambiamenti importanti, legati proprio alla realtà sociale del periodo successivo alla fine del ghetto.
Non è la prima volta che trai spunto da opere famose, giusto?
No, non è la prima volta. In passato ho già rielaborato testi celebri: ad esempio ho lavorato ispirandomi a “My Fair Lady”. Mi piace partire da un’opera conosciuta e reinventarla, adattandola a un contesto diverso.
Come nasce l’idea di questa commedia?
Come tutte le commedie che realizzo, nasce all’interno del laboratorio teatrale. Quando mi siedo con le persone che si sono iscritte, emergono tante idee. Questa, tra tutte, è stata quella che ci ha convinto di più.
C’è qualche novità rispetto alle commedie precedenti?
Sì. Dal momento che la commedia è ambientata nel periodo in cui visse Crescenzo Del Monte, mi sono presa una libertà: ho inserito nei dialoghi alcune frasi tratte dalle sue poesie. Non avevo mai fatto niente del genere prima. Spesso la poesia viene percepita come qualcosa di distante o difficile, e non tutti si avvicinano volentieri a un testo poetico. Inserendo invece i suoi versi in un contesto di dialogo quotidiano e teatrale, credo che se ne possa apprezzare meglio l’essenza. Inserirlo nei dialoghi della commedia è un modo per renderlo più accessibile e più presente. È un atto di riconoscimento culturale, oltre che artistico.
Quale messaggio vuoi lanciare con questa commedia?
Non c’è un messaggio morale. L’unico vero obiettivo è offrire leggerezza in un momento storico in cui, purtroppo, non abbiamo molti motivi per essere leggeri, né in Israele né fuori. La voglia è quella di regalare due ore di serenità, di permettere al pubblico di non pensare a nulla e semplicemente divertirsi.
















