Skip to main content

Ultimo numero Settembre – Ottobre 2026

Scarica il Lunario

Contatti

Lungotevere Raffaello Sanzio 14

00153 Roma

Tel. 0687450205

redazione@shalom.it

Le condizioni per l’utilizzo di testi, foto e illustrazioni coperti da copyright sono concordate con i detentori prima della pubblicazione. Qualora non fosse stato possibile, Shalom si dichiara disposta a riconoscerne il giusto compenso.
Abbonati


    ROMA EBRAICA

    Palazzo Salviati, un telo di trenta metri con nomi dei deportati del 16 ottobre

    Un telo lungo trenta metri, con i nomi delle persone deportate il 16 ottobre 1943, cuciti a mano uno dopo l’altro. A Palazzo Salviati, luogo in cui gli ebrei romani furono rinchiusi prima di essere deportati ad Auschwitz, la memoria si è fatta materia, gesto, testimonianza. La cerimonia di ieri ha riportato l’attenzione su una delle pagine più dolorose della storia di Roma, con un messaggio che guarda ben oltre la commemorazione: ricordare significa assumersi una responsabilità nel presente. Ogni nome cucito sul telo restituisce identità a una persona, a una famiglia, a una vita interrotta dalla persecuzione nazista. Non numeri, ma uomini, donne e bambini, ciascuno con la propria storia. Un lavoro paziente, realizzato con le mani, che diventa simbolo di un impegno destinato a continuare nel tempo.
    “La memoria non finisce mai, è un lavoro”, è questo il senso profondo dell’iniziativa, promossa nell’ambito delle attività di Ricordiamo Insieme, l’associazione che da anni si impegna a mantenere vivo il ricordo della deportazione degli ebrei romani attraverso incontri, testimonianze, musica e momenti di riflessione. Dietro la manifestazione c’è il lavoro di Ricordiamo Insieme, nata dall’impegno della famiglia Wallbrecher, con Friederike e Tobias Wallbrecher, e delle sorelle Rivka, Sara e Grazia Spizzichino, pronipoti di Settimia Spizzichino, unica donna sopravvissuta alla deportazione del 16 ottobre 1943 tra i 1.022 ebrei romani rastrellati quel giorno.

    L’associazione ha costruito negli anni un percorso di memoria che unisce la comunità ebraica, le istituzioni, il mondo religioso e quello della cultura, con l’obiettivo di trasmettere la conoscenza della Shoah e contrastare ogni forma di antisemitismo. Non soltanto una commemorazione, dunque, ma un lavoro continuativo, che coinvolge persone e generazioni diverse. Tobias Wallbrecher, tra i promotori dell’iniziativa insieme alla moglie Friederike, ha richiamato l’attenzione sul legame tra la persecuzione di ieri e il ritorno dell’odio antiebraico nel presente. “Ricordare non è un esercizio astratto, significa prendere posizione”. È questo il messaggio che ha attraversato la cerimonia e che ha invitato a non relegare la memoria a una ricorrenza formale. Il ricordo deve tradursi in consapevolezza, educazione e responsabilità civile.

    Tra gli interventi , quello di Lello Dell’Ariccia, presidente di Progetto Memoria, realtà impegnata nella trasmissione della storia della Shoah attraverso la ricerca, le testimonianze e le iniziative educative. Dell’Ariccia ha ringraziato l’associazione Ricordiamo Insieme per la tenacia con cui organizza ogni anno la manifestazione dedicata ai deportati del 16 ottobre. “Vorrei ringraziare l’associazione Ricordiamo Insieme, che ogni anno, con tenacia, organizza questa manifestazione con la quale ricordiamo i deportati del 16 ottobre. È una manifestazione sempre uguale, ma sempre diversa”, ha sottolineato. Dell’Ariccia ha voluto soffermarsi in particolare sul ricordo del bambino senza nome, figlio di Marcella Perugia, e su quello di Carolina Milani, una delle persone non ebree deportate ad Auschwitz. La storia di Carolina è una delle testimonianze più dolorose di quella tragedia. Secondo il racconto ricordato durante la cerimonia, avrebbe rifiutato la possibilità di salvarsi per non abbandonare la propria amica, condividendone il destino fino alla morte in una camera a gas. Presenti alla manifestazione anche alcuni licei della capitale.

    La scelta di Palazzo Salviati non è stata casuale. L’edificio, oggi sede del Centro Alti Studi per la Difesa, fu il luogo in cui gli ebrei romani catturati durante il rastrellamento del 16 ottobre 1943 vennero rinchiusi prima di essere avviati alla deportazione. Quella mattina, le forze tedesche rastrellarono le case del ghetto e di altri quartieri della città, arrestando uomini, donne, anziani e bambini. Più di mille persone furono deportate ad Auschwitz. Soltanto sedici tornarono, e nessun bambino sopravvisse.
    A dare voce alla partecipazione collettiva hanno contribuito anche il Coro della Diocesi di Roma e il coro Ha-Kol, che hanno accompagnato la commemorazione con la musica. “Dovremmo cercare sempre un briciolo di umanità, anche per le persone peggiori” ha detto il Rabbino Capo Riccardo Shemuel Di Segni. La domanda posta dal Rabbino Capo durante l’incontro è rimasta sospesa, rivolta a tutti i presenti: “Possiamo avere una speranza?”. La risposta non può essere affidata soltanto alle parole. “Dobbiamo pensare e lavorare”: un richiamo a trasformare la speranza in un impegno concreto, attraverso l’educazione, la conoscenza della storia e la capacità di riconoscere l’odio quando si manifesta. Il ricordo del 16 ottobre 1943 non riguarda soltanto il passato. A richiamare l’attenzione sul ritorno dell’odio antiebraico è stata Carola Funaro, vicepresidente e assessore alla Memoria, che ha sottolineato quanto i pregiudizi siano ancora presenti nella società: “Fa male, oggi, vedere quanto odio contro gli ebrei trovi spazio nelle piazze, sui social, ma anche sui giornali e in televisione. Fa male riconoscere vecchi pregiudizi e pensare che i nostri figli debbano ancora confrontarsi con tutto questo”.

    CONDIVIDI SU: