
L’autunno del 1945, a Roma, aveva il sapore amaro della polvere e delle assenze. Quando Rav David Prato varcò di nuovo la soglia del Tempio Maggiore, sul Lungotevere, il silenzio della sinagoga pesava più dei bombardamenti. Nel settembre di quell’anno aveva ripreso ufficialmente la carica di Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Roma, appena rientrato dall’esilio nella Palestina mandataria. A Tel Aviv aveva vissuto gli anni della guerra lacerato dal dolore per una figlia perduta nella Shoah e per il destino dei fratelli d’Europa, mentre a Roma la comunità veniva devastata dal rastrellamento del Portico d’Ottavia del 16 ottobre 1943 e dalle deportazioni: mancavano i volti di oltre duemila ebrei romani deportati, più di mille nella sola razzia di quel sabato. Ma il Rav non era tornato per piangere sulle rovine: in lui lo spirito sionista ardeva come una bussola segreta, che avrebbe guidato migliaia di profughi dall’Europa distrutta verso le coste del futuro Stato ebraico.
L’Italia del dopoguerra non era più soltanto una patria da ricostruire, ma un immenso e pulsante crocevia umano. Da Nord a Sud, decine di migliaia di sopravvissuti ai lager, le Displaced Persons, si accalcavano nei campi di transito, con le valigie di cartone e il numero ancora impresso sulla pelle, ma con gli occhi rivolti a un unico orizzonte: la Terra d’Israele.
L’analisi storica ci mostra Prato non solo come guida religiosa della comunità ebraica della capitale, ma come lucido catalizzatore politico. Gli anni dell’esilio a Tel Aviv gli avevano dato una conoscenza profonda tanto delle dinamiche burocratiche del Mandato britannico quanto dello slancio ideale dei sopravvissuti. Ne nacque un’azione integrata su tre livelli, umanitario, logistico e politico: l’accoglienza e l’assistenza ai profughi; il sostegno ai viaggi segreti, con la difesa politica delle partenze navali clandestine verso la Palestina; la riapertura delle sezioni del Keren Kayemeth LeIsrael (KKL, Fondo Nazionale Ebraico) e del Keren Hayesod (Fondo di fondazione), per promuovere l’emigrazione come riscatto dopo la Shoah.
Tra i documenti ritrovati nell’Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma (ASCER) figura una testimonianza del digiuno di protesta contro la deportazione dei profughi della nave Exodus. Il telegramma del 25 agosto 1947, indirizzato al Rabbino Capo di Roma, che in quei giorni si trovava a Viareggio, recita:
“Rapinato [sic] [Rabbinato, n.d.a.] Palestina Proclamato Digiuno Domani Lunedì Protesta, Deportazione Profughi Exodus 1947 Stop Provveduto Già Comunicare Tutte Comunità Italiane” (ASCER).
Il carteggio conservato all’ASCER, raccolto in tre faldoni relativi al periodo 1947-1951, documenta anche la corrispondenza con l’American Jewish Joint Distribution Committee (AJDC), attraverso la quale Prato seguiva le richieste di attestazione di appartenenza ebraica necessarie a numerose famiglie per emigrare: un impegno concreto a favore dell’aliyah, parte dell’attività assistenziale del rabbinato nel difficile dopoguerra. Ne è un esempio la dichiarazione che segue:
“Dichiaro io sottoscritto che in base a documenti sottopostomi risulta che la signora Varga Stein […] e suo figlio Imrè-Tamas appartengono alla religione ebraica” (firmato: Il rabbino Capo, Prof. David Prato; ASCER).
Altri documenti dell’ASCER attestano i rapporti con il Gruppo Sionistico Romano e con la «Campagna Unita per Israele». In una lettera del 12 febbraio 1950 il presidente del Gruppo, l’ingegner Arturo Minerbi, si rivolge a Prato chiamandolo «Egregio socio». Una circolare del 17 febbraio dello stesso anno invita invece le organizzazioni ebraiche, i rabbini e le autorità comunitarie alla riunione di lancio della campagna «Ricostruire», volta a sostenere il consolidamento dello Stato d’Israele e l’inserimento dei nuovi immigrati. Nel loro insieme, queste fonti attestano il coinvolgimento di Rav Prato nelle iniziative a sostegno di Israele e dell’emigrazione ebraica. Il carteggio restituisce così il profilo di un rabbino attento alle sorti del suo popolo, impegnato nella solidarietà comunitaria e al fianco dei profughi e dei nuovi emigranti.














